Non è un disco d’esordio, semmai di ri-esordio, per l’ultimo vincitore di “Amici”, Virginio Simonelli, che aveva già partecipato, pur senza grandi clamori, quando era giovanissimo, al Festival di Sanremo. Per capire che avesse la stoffa, non c’era certo bisogno di questa prova intensa e a tratti particolarmente, forse perfino troppo adulta. “Finalmente” è un disco solido, seppure con qualche ridondanza, soprattutto perché declina l’amore sotto tanti punti di vista, ma spesso non proprio originalissimi.

Virginio, che nel frattempo dall’originario “Davvero” è cresciuto, soffre un po’ dell’imprinting sanremasco, dal quale non s’è del tutto emancipato. Ne viene fuori così questa generosa perfezione, un po’ leccata, un po’ troppo quadrata, senza sorprese, senza patemi, ma molto stylish, come uno di quei bei vestiti sempre di moda, ai quali ti rivolgi se devi andare ad una serata di gala. Ecco, Virginio va bene su tutto – gli difetta, però, quel tanto di sorprendente che ogni tanto gli artisti hanno.

Così l’impressione generale che dà questo bel lavoro è inficiata da una certa tendenza al manierismo, tendenza che non si rivela in tutte le tracce, ma che si nasconde chiaramente soprattutto nei “singoli” già presentati durante la trasmissione (“A maggio cambio”, “Non ha importanza”, “Dolce notte”, “Ad occhi chiusi” – anche se quest’ultimo soprattutto è imbarazzantemente forte). Il Simonelli, poi, che è un interprete molto sensibile, dovendo spesso cantare di situazioni narrative simili, non riesce a variare particolarmente da un pezzo all’altro, finendo per contribuire, seppure con la sua abilità, alla generale piattezza del lavoro.

Se ne salvano, d’altra parte, ben più che due o tre brani, come il profondo e inquietante “Sincero”, che alterna l’atmosfera criptica e perfino da romanzo giallo della bellissima strofa a quella serena e ottimistica del ritornello, dove la parola del titolo colora tutto di rosa. La scrittura è matura, come dimostrano alcuni bellissimi versi (“E non c’è niente adesso che/ riscalda questa notte/ e le parole dette le ritrovo sotto le coperte”), ma non sempre originalissima: può scivolare in qualche ovvietà (come nella scadente “Finalmente”, che dà stravagantemente titolo all’album, senz’essere davvero imperdibile).

In questo contesto, è un vero peccato che “Vuoti d’aria” sia stata pubblicata solo come bonus track della versione internautica del disco, perché lo stile che la caratterizza è molto fresco e finalmente (quanti giochi di parole!) roccheggiante (assurdo, è da sottolineare, il confronto a distanza, per tutta la trasmissione, del povero ragazzo con le stonature per nulla rock della Nicolì), adeguato al testo a tratti perfino violento soprattutto nel ritornello e nei suoi interessanti ossimori (“annientami stanotte più dolcemente”). A tratti, qui si ritrova il vecchissimo Simonelli, quello del primo album,  seppure diventato abilissimo a gestire la voce anche nel falsetto, in questo pezzo assai insistito.