Quando la propria voce ha quel tanto di speciale che consente di gigioneggiare con un genere di cui sono maestri gli Americani – nel caso, il soul -, è un peccato non sfruttare ogni occasione per dimostrare la propria capacità. E così, nel mezzo del pop  leggero, ma d’autore, del quale è intessuto moltissimo dell’ultimo fortunato lavoro di Marco Paper, al secolo Marco Carta, rischia di sfuggire un piccolo capolavoro di tre minuti, ma che tre minuti!, “Il cuore non dimentica”.

Il titolo non inganni: non è la solita canzoncina d’amore, facile da dimenticare, come certi perdibilissimi finti successi di cui l’estate è costellata, ma è un piccolo, grande capolavoro, cantato magistralmente e segnalato, ovviamente, dal probabilmente unico recensore che abbia ascoltato tutto “L’amore muove” più e più volte, il bravo Mangiarotti.

In questo pezzo, interpretato con un umore umbratile, ma anche contento di se stesso, molto simile al Marco che conosciamo e che il successo ha pochissimo cambiato, lasciandolo il solito uomo-in-formazione, ma già maturo per i suoi vent’anni, il talento sardo si lascia andare a raccontare una storia d’amore finita, ma mai dimenticata: mezzi sorrisi, consapevolezza da uomo adulto, drammatica assenza di drammaticità, in qualche modo spirito soul, ma che più soul non c’è. Un sound che ricorda Giorgia, mutatis mutandis, un’altra che ci manca davvero tanto, tra tanti che incidono, ma senza mai incidere davvero sulle nostre anime.

E invece, Marco, che canta un “finale che non arriva mai”, la solita “vita che cambia in un istante” e le “due orme sulla sabbia che/ un’onda porta via”, con la sua forza che sta nella semplicità, come quei fortunati che sono tanto belli e fascinosi perché non se ne rendono conto, lascia la sua traccia, mentre scivola nella seconda strofa, quasi rotolando, come l’immagine della “follia che scivola via”. E, checché ne possano dire critici e giornalisti, resta un giovane interprete che fa passi da gigante e che sta studiando per diventare star internazionale.