Ad ascoltare “Non c’è più”, dall’ultimo album di Valerio Scanu, anche l’animo più insensibile non può non commuoversi. Qui sta la differenza di Valerio rispetto a molti altri: la sua capacità di interpretare con tanta profondità qualsiasi testo gli sia proposto. Stavolta, d’altra parte, rispetto ad altri brani che cantano l’assolutezza del sentimento d’amore, o la sua forza al di là del tempo che passa, qui forse Valerio è stato avvantaggiato da un brano che sta profondamente nelle sue corde di ragazzo gentile e sulla via della crescita interiore così come intellettuale.

Il brano racconta una storia che finisce, o che si trascina verso un futuro di allontanamento: i due protagonisti, a quanto pare, sono dubbiosi su quel che devono fare, sono quasi sicuri che ormai tra loro non ci sia più nessun sentimento (perfino il dolore sembra assente, e la sua assenza è sintomo perfino peggiore di altri), ma tra loro c’è stato un percorso talmente lungo che forse vale la pena, nonostante le mancanze, testimoniate costantemente dall’anafora del titolo, salvare qualcosa – magari domani, in futuro.

C’è tanta disperazione nell’acuto clamoroso con cui Valerio scivola verso il finale, dove al posto del titolo l’anafora vira sul significativo “senza più”. Ma a rendersene conto non serve un animo particolarmente sensibile – basta l’udito e, ad ascoltare tanta potenza, non si può non restare ammirati. Invece, quel che dovrebbe sorprendere di più in un cantante ancora tanto giovane è la capacità di scegliere via via tutte le mezze tinte tra i sentimenti d’amore e di indifferenza. Si dovrebbe, insomma, restare anche più interdetti, quanto meno, davanti alla preziosità dell’inizio della canzone.

C’è nell’incipit (“Sarà che basta un aggettivo/ per fare grande un uomo o a distruggerlo./ Sarà che accanto al nome mio/ c’è l’aggettivo stronzo e non si leva più”), nonostante il mezzo turpiloquio, quella strana e inquietante smania di distruzione, quella cupio dissolvi che i nuovi soloni chiamano “depressione” e che invece può essere definita, senza entrare nel lessico medico, umor nero, o malinconia, o quieta disperazione. C’è in quelle parole, che per una volta forse si adattano fin troppo alla difficile strada dello Scanu, appunto una disperazione, che, se vista nella luce giusta, mostra nell’artista una vena incredibile e personale, che lo rende originalissimo, lontano da tutti gli schemi, lontano da tutti i modelli, anche quelli che s’è scelto lui stesso.

Qualche tempo fa, durante il festival di Sanremo che Valerio ha vinto, scrissi, in una serata difficile, perché Valerio era stato ingiustamente eliminato, che la strada di Scanu è tutta in salita. Questa canzone lo dimostra a pieno: quell’aggettivo “stronzo” che spesso è stato avvicinato a Scanu, così come la sua personalissima scelta di essere sincero allo spasimo, è l’eredità che gli viene dal programma che l’ha lanciato, ma che anche ha contribuito alla nomea di Valerio come un ragazzo difficile, il famoso “cucciolo di presunzione”, la formula che un giornalista poco avveduto aveva inventato a suo tempo.

Ma questa difficoltà è stata messa a frutto dallo Scanu, lui che ha avuto la fortuna di vivere tranquillo la sua infanzia e la sua adolescenza, che ha la fortuna di avere una famiglia che gli sta vicino e che lo sostiene. Valerio sta passando una delle più complicate fase della sua esistenza, lo fa col sorriso e l’autoironia, lo fa anche però mettendo il dolore nella colonna dell’avere. Ha saputo rendere quella difficoltà, o quelle difficoltà che lo avevano quasi costretto al ritiro da “Amici”, una forza.

Qui sta tutta la bellezza del canto di Valerio – non è tanto (o non solo) una questione di tecnica sopraffina, o di corde vocali toccate dal Cielo, ma è qualcosa che pertiene al suo animo, che riguarda la sua interiorità, il suo essere uomo.

Aspetto, con ansia, che dalla voce di Valerio escano le sue stesse parole, a raccontarci se stesso, o il mondo che lo circonda, con la profondità che mette in tutto ciò che altri, per ora, scrivono per lui.

 

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