Oggi m’è capitato di risentire questa canzone, “Via del Conservatorio”, dal repertorio di Massimo Ranieri, un pezzo dallo stile narrativo come funzionava molto in quegli anni. E’ la storia, commovente, di un ragazzo che per aiutare la propria famiglia è costretto a rinunciare alla sua vita, in particolare alla musica e allo studio al Conservatorio. E’ immaginata come un dialogo tra lui e il suo professore che lo esorta a non smettere di pensare all’arte e a tornare, quando gli sarà possibile.

Il pezzo inizia con il suono ossessivo e tragico degli strumenti che sono accordati, un inizio tragico e naturalistico insieme che rende perfettamente la tragedia dell’abbandono. Sui violini si aggiunge instancabile un insistito pianoforte che sembra cominciare la melodia, mentre sono i fiati a ribadirla prima dell’avvento della voce, quella del ragazzo che ricorda il dolce momento quando la musica per lui è diventata missione, in una chiesa.

E la missione, sottolineata dalla chiamata quasi divina, è subito smentita dall’altra chiamata, più prosaica, del padre che gli richiede di tornare indietro, anche se “dentro di te la musica un’anima è”. Del resto, un uomo, prima o poi, è chiamato a crescere, a diventare adulto, ad andare per la strada che il destino gli ha messo davanti: “un uomo va/ là dove vuole Iddio”.

E, quando quel ragazzo, ormai diventato davvero adulto, torna per quelle strade, si incanta ascoltando, solo fintamente distratto, un’aria musicale che lo riporta al suo sogno (“un sogno antico e mio”, come dice la canzone).

Ecco cosa ci fa la vita: prende i nostri sogni e li distrugge, o li trasforma, che poi è la stessa cosa a ben vedere. Qualche volta ci consente di seguire la strada che vorremmo per un po’, quasi illudendoci. Ma l’illusione, pure quella, diviene preghiera, diviene anelito e ci permette di continuare a star dietro al nostro ideale.

Che poi alla fine ci colga lo spleen, è una realtà che qualcun altro ha già definitivamente, e con maggior autorevolezza della mia, sancito.

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