“Due stelle” è la versione italiana di “Chances”, dall’ultimo album di Valerio Scanu. I due pezzi suonano molto differenti: quello originale in inglese è dominato, nel testo, da una insistita anafora; il nuovo testo italiano, invece, è giocato sul numero “due” , che, peraltro, torna anche nel titolo, e sull’idea dell’unisono, naturalmente smentita dal “due”. Se nel primo caso si tratta di un amante che torna con rammarico alla chance che s’è mal giocato sulla ruota dell’amore e ora vive nel dolore (“should’ve opened up my eyes for the love we had/ I hope to feel again”), nel secondo Valerio canta di un amore che si sta spegnendo, ma che dovrà finire, per via della stessa sincerità con cui è sempre stata vissuta (“Il meglio di noi forse è stata la sincerità./ Ora lo sai per volare non ci basterà”).

Anche se i due testi sono interessanti (più quello italiano, anche se quello inglese, per la sua indefinitezza, è naturalmente evocativo, soprattutto grazie al talento di Valerio), non è tanto su questo aspetto che stavolta vorrei fermarmi.

Ieri, come credo moltissimi di coloro che seguono questo blog e naturalmente come molti altri che sono simpatizzanti di Scanu, ho potuto assistere alla performance dal vivo di Valerio nel salotto estivo di Monica Setta: a sentire Valerio su disco, io credo, non ci si rende conto perfettamente di quanto questa canzone sia complicata musicalmente.

L’inizio è delicato, di intensità, anche se le frasi musicali sono piuttosto lunghe: subito subisce una impennata, quando si passa dal momento descrittivo (e più malinconicamente spento come la radio) a quello comprensivo del proprio stato psicologico (“il meglio di noi…”). Un piano più sopra è nel ritornello fortemente cadenzato (“Amore mio,/ come si fa/ a dirsi addio”), che sembra finire in crescendo (“due stelle che cadranno un po’ più in là”), mentre si chiude con una nota malinconica in minore (“fino a che la nostra scia scomparirà”).

La seconda strofa si interrompe quasi subito nel cambio segnato dall’improvviso “per te”, su cui si impernia un mutamento sintattico forte, ma anche di intensità musicale non da poco (una scala ascendente difficile), e che Valerio conserva con la stessa forza fino alla fine, quando rientra nel complicato ritornello, nel quale sfocia dopo aver salito quelle impervie montagne di note.

Dunque tutta la seconda parte del pezzo (in particolare è da notare il terribile falsetto con cui la chiude quando con enfasi canta dell’ultimo momento di corrispondenza tra i due amanti: “per un attimo/ all’unisono/prima di cadere giù”, dove i tre versicoli sono segnati ritmicamente, ma senza che ci sia tra loro lo spazio reale per prendere un respiro) è talmente complicata che un altro cantante ci si perderebbe facilmente.

Per non parlare di come ancora più la voce di Valerio si allarghi quando riprende per ben due volte, prima di finire, lo stesso meccanismo di ascesa verso l’acuto (“battono/ piccole/ ore che/ scavano/ nell’anima/ perché sei ancora lì”), stavolta “peggiorato” nella sua difficoltà dal fatto che l’ultimo step è ancora più alto del precedente “prima di cadere giù”. Sull’avverbio che sembra chiudere la canzone Valerio, poi, non pago della dimostrazione di bravura che ha dato, continua a volare, dandogli tanta forza che pare non ci possa essere qualcosa di ancora più assoluto.

Mi chiedo chi mai possa eguagliare questa bravura. Valerio Scanu è, decisamente, sotto questo aspetto il migliore.