Era il 1980 a Sanremo. L’edizione sarebbe stata vinta da Toto Cutugno con l’immortale “Solo noi”, che ancora oggi riscuote un successone dovunque sia cantata. In seconda posizione, un pezzo di Depsa (Salvatore De Pasquale) e Enzo Malepasso, che peraltro cantava: il titolo era “Ti voglio bene”. Tra le altre canzoni, tutte idealmente al quarto posto, ce n’era un’altra a firma Depsa, “Tu cioè”, interpretata da Peppino Di Capri.

Forse poco nota al grande pubblico e tra le hit del napoletano sicuramente non la più famosa, si tratta però di un grandissimo pezzo, sia musicalmente sia narrativamente. E’ la storia di un abbordaggio per caso: un uomo incontra una donna nella grande città. C’è uno sciopero e, oltre tutto, piove. La signora, che si dà un sacco d’arie, chiede un passaggio e tra i due, col tempo, scatta qualcosa – forse una storia, più probabilmente niente di più di una breve parentesi.

L’uomo prova in tutti i modi a rompere il ghiaccio: comincia col farsi dare del tu (seppure a fatica), parla di oroscopi e segni zodiacali fingendo di essere un intenditore, fa battute un po’ sciocche (e tra l’altro se ne rende conto: “Dio, che triste,/ adesso cosa inventerò?”), si complimenta (“con quel viso/ potresti far l’attrice”). La donna continua a chiedergli di guardare avanti, sempre sulle sue, ma è terribilmente incuriosita da quel tipo che, con le sue moine, la “intorta”. Il discorso tra i due è tutto timido e a strappi: ecco perché “tu cioè”, come in quegli anni dicevano spesso i giovanotti debosciati, quelli che non sanno esprimersi (“io, cioé/ vorrei da te”).

Ma la grande retorica qualche volta non serve – serve invece la piccola scintilla tra chi “rimorchia” e chi si fa “rimorchiare”. Quando, però, lei accetta di farsi accompagnare a casa dell’uomo e di stare con lui, l’atmosfera tutta di ripicche e piccoli gesti, di fraintendimenti e di allusioni si trasforma. Lui, allora, capisce di aver sbagliato, che la colpa è sua (“ci ha messi ko la simpatia”); lei, invece, se ne va con una lacrima che le scende sul bel viso e la sicurezza che lui non la richiamerà mai più, nonostante le promesse.

Dalle schermaglie raccontate dalla parte dell’uomo, che si carica per riuscire a “provarci”, al triste epilogo visto ancora dalla sua parte (ma stavolta con la consapevolezza dell’errore), la canzone racconta un episodio di rapporto occasionale con una nostalgia e una scelta musicale tra il divertito e il serio (“io mi domando/ se piangere o ridere”, si chiede alla fine il conquistatore, quando torna col pensiero a quell’eterea presenza nella sua vita) talmente gentili e preziosi da far increspare il volto in uno smorto sorriso, a metà malinconico.

L’impostazione, tutta dialogica, sembra prefigurare tutto tranne che una tragedia, mentre alla fine è proprio quello che aspetta i due protagonisti. Lui è, infatti, sposato (tanto che si lascia sfuggire una fatale considerazione: “che peccato/ conoscerti in ritardo”); lei, per un attimo, ha creduto che in quell’atto occasionale (ma profondo: “tu, poi noi:/ respiro coi respiri tuoi”) fosse non solo un’occasione, ma l’Occasione.

Oltre che essere il ritratto di una generazione che usciva dal decennio dell’amore libero (e assolutamente non coniugale), “Tu cioè” sembra essere un atto teatrale debitore di un certo cinema minimalista, piccole storie, ma che capitano a tutti, anche a chi non vorrebbe, andando alla ricerca dell’Amore – quello vero, quello giusto, quello universale. Qualche volta ci raccontano che anche dal sesso può nascere l’Occasione di squarciare il velo di Maya e raggiungere la felicità.

Sarei felice se succedesse, ma si vede che accade solo agli altri.

 

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