“Watch over me”, un serial americano che prende spunto da una telenovela argentina di successo (“Resistiré”), è arrivata in Italia tramite Rai4 ed è stato il piatto forte della programmazione del canale digitale all’ora di pranzo per diverso tempo. La trama di WOM è presto raccontata, come nella peggiore delle telenovelas: un ricco industriale del ramo farmaceutico teme per l’incolumità della figlia e della bella fidanzata e così assume uno dei suoi amici di liceo, già soldato delle forze speciali, il quale, senza sapere che il vecchio compagno di scuola fa affari loschissimi, accetta, soprattutto perché invaghitosi perdutamente della ragazza che lo dovrebbe sposare.

Insomma, un tipicissimo triangolo amoroso, con l’unica variante del mestiere terribile dell’antieroe, il quale, per fare soldi, fa creare da valenti scienziati nel suo laboratorio sotto casa terribili virus, che rivende al miglior offerente e che poi fa combattere con altrettanti antivirus micidiali, sempre prodotti dalla sua casa farmaceutica.

Il plot è quindi particolarmente inverosimile: va bene l’amore a prima vista tra la guardia del corpo (Jack Porter) e la fiancé (Julia Rivera), va bene anche che lei non si renda conto per un’enormità di puntate di quanto disumano sia il ricco fidanzato (Michael Krieger), va bene anche che quest’ultimo sia spietato come non mai (in pratica, ogni puntata uccide qualcuno, dalla ex moglie alla collega in affari, dal futuro suocero all’innamorata di quest’ultimo), va bene anche che si giochi col bioterrorismo (se ne parla tanto, e quasi mai a vanvera, in effetti). Però, l’effetto mixato di tutti questi incredibilia fa un po’ sorridere, soprattutto considerato che la produzione è poverissima (quasi tutti interni e sempre gli stessi) e giocata alla “Beautiful” su dialoghi spesso poveri di immaginazione.

E qui sta un po’ il tranello di WOM: magari ci si affeziona lo stesso ai personaggi, magari non si vede l’ora che il cattivone finisca dietro le sbarre (e invece il finale è diverso, ma non lo racconto, se mai Rai4 volesse tornare a trasmetterlo interamente), magari si trova anche belloccio (e in effetti lo è di sicuro) l’eroe maschio e aitante di cui ogni donna sana di mente vorrebbe diventare amante (il bellissimo Todd Cahoon, già visto nei panni di Bill in qualche puntata di “Desperate Housewives”), però il tutto è fatto con un’approssimazione terribile – attori troppo fisicamente simili, presenza inquietante di numerose comparse che non sanno recitare, plot con difficoltà narrative evidenti, troppo ripetitivo e stanco in alcuni momenti, tanto che delle più di 60 puntate se ne potevano fare agilmente una trentina.

La telenovela, di per conto suo, ha una serie di tabù e di regole non scritte che WOM, che è l’erede di questo tipo di linguaggio narrativo, segue fin troppo pedissequamente: non usa quasi mai esterni, è ossessiva quanto a tematiche, spesso non fa altro che mettere a confronto diversi personaggi sugli stessi eventi, con l’effetto di potenziarli o nella loro comicità o nella loro drammaticità. E qui è il segreto di una buona telenovela – alla fine, tutti i protagonisti hanno avuto l’occasione per scambiarsi opinioni, per litigare, per amare o odiare, per fare del bene o del male. E alla fine tutti, proprio tutti, hanno acquisito, davanti al pubblico, una loro dignità narrativa, una loro consistenza morale.

In WOM, invece, ciò non accade: i personaggi rimangono al massimo tipi senza profondità, che si muovono in spazi senza profondità, vuoti di memoria, vuoti di echi del passato. Tra loro interagiscono sempre nelle medesime circostanze e sempre nello stesso modo, senza variare i loro rapporti e senza che tutti siano messi davanti a tutti, in un gioco a incastro tipico delle novelas.

Ecco così che i personaggi minori (come gli aiutanti dell’antieroe, Andre Forester e Leandra Thames) sono appena appena accennati, isolati nel loro ruolo di eterni secondi e senza personalità reale: Andre è il gay represso (che ha una storia con il fratello di Julia), Leandra la donna repressa (che ha sempre desiderato amare il padrone, ma che da lui è, poi definitivamente, allontanata), il padre di Julia (il medico assoldato da Michael) l’ingenuo onesto e così via.

E pensare, ad es., che Leandra è impersonata da Catherine Oxenberg (piuttosto irriconoscibile), la favolosa Amanda Carrington di “Dinasty”, e che Andre è in realtà il marito della Oxenberg, Casper Van Dian, famoso qui in Italia soprattutto per la serie di film “Starship Troopers”: insomma, due attori che sanno fare il loro lavoro, ma che, qui, sono assolutamente poco credibili, perlomeno quanto la gelida Dayanara Torres, tanto bella quanto inespressiva, che pure ha il ruolo femminile principale e che invece è sia poco sensuale sia poco amabile.

Il finale del serial, che con difficoltà mescola Hollywood a Buenos Aires, è naturalmente lietissimo con qualche punta di amarezza (ciò che naturalmente nelle novelas non avviene mai): il cattivo è sconfitto (anzi si autosconfigge), i buoni trionfano e chi resta, cioé gli aiutanti dell’orco cattivo, finisce in prigione. Ma qui c’è il tocco davvero umoristico (e francamente un po’ fuori tono rispetto al resto): quando Andre finisce in prigione, sembra in un primo momento tristissimo e rassegnato, ma poi vede che nella cella davanti a lui sta facendo ginnastica un nerboruto latino-americano, dai muscoli guizzanti e sudati. Il volto di Andre passa così dalla smorfia di dolore ad un sorrisino ironico, come a dire: “Magari mi diverto”.

Si può anche apprezzare questa parentesi (che davvero strappa una risata), ma che senso ha? Dove sta la coerenza narrativa? Andre sarà pure omosessuale, ma lo è in modo talmente represso che questa smorfietta birichina sul suo volto ci sta come i cavoli a merenda.

Insomma, la prossima volta gli Americani lascino che a fare telenovelas sia chi le sa fare davvero.