Ogni tanto, mi sorprendo di quanto la musica leggera abbia significato per me in tutti questi anni. Forse (me lo chiedo spesso) ho fatto male a mescolare l’alto (Leopardi, per dirne una) con il basso (Coro, per dirne un’altra). Poi, ascolto Valerio cantare “Cambiare”, canzone già di Alex Baroni, e mi rendo conto che non c’è tutta questa gran differenza tra il tragico e il comico, che l’unica differenza reale sta semmai in quanto si è baciati dal talento e che forse, se Valerio fosse nato nel Settocento, avrebbe cantato le poesie di Metastasio a teatro.

E allora ha senso davvero la polemica contro la musica da quattro soldi di chi è venuto fuori dai talent show? Sembra che il vero rispetto nei confronti della vera musica debba essere ascritto al solo cantautorato considerato “serio”. Solo che a decidere chi infilarci dentro cominciano i primi problemi. L’ultimo Vasco Rossi, quello che, a parte il rapporto collaudato con i fan, ormai tramite perfino facebook, scrive canzoni piene di interiezioni giusto per far venire gli ottonari, è davvero un poeta oppure è uno stanco epigono di se stesso? Il Vecchioni che scrive una canzoncina del piffero per vincere Sanremo è davvero lo stesso poeta che ha pensato e interpretato “Samarcanda” o piuttosto è parente di quell’altro Vecchioni che per sbarcare il lunario ha messo in musica la famiglia dei Barbapapà?

 

Perché, dico io, dobbiamo sempre definire e sistemare confini, quando la vita nostra stessa è abituata a confonderli, a massacrarli, a ridefinirli costantemente. I generi (anche quelli letterari) sono stati fatti per essere superati. Lo sapevano i nostri grandi intellettuali, dovremmo riconoscerlo perfino noi che non siamo a quell’altezza.

Distinguere alto da basso come fosse possibile, dall’alto di uno scranno ideale, separare il grano dal loglio o il buono dal male, è un’operazione di retroguardia, di chi sistema il passato, di chi scrive enciclopedie e allora è costretto a definire, ma nella realtà Rihanna è una cantante pop o soul? Aretha Franklin, poi, è una jazzista o una poppettara, da quando ha cantato con Elton John “Through the storm”?

E Valerio, invece, dev’essere rubricato sotto la dicitura “cantante di “Amici””? Siamo sicuri che questo mostro (in senso positivo, ben inteso) dell’interpretazione è definibile con una sola parola? Sfugge alla comprensione, io credo, di chiunque lo stia a sentire per più di cinque minuti. E’ talmente inidentificabile che fa arrabbiare il critico standard, quello che deve distinguere, altrimenti non è contento.

Penso che gran parte del fascino di questo ragazzo stia proprio in questa passione che gli fa travalicare i confini, che gli consente di essere se stesso e basta, quasi un tempio di tutta la musica, di cambiare e di restare inconfondibile, di sperimentare e di riuscire sempre, con una poliedricità che sta nella colonna dell’avere – perlomeno per chi ha il tempo di fermarsi davanti all’invisibile e non ha fretta di mettere paletti dovunque.