Non scegliamo noi i nostri figli, anche se ci sembrano qualche volta riusciti bene, altre volte figli di qualcun altro (come quando il padre dice alla madre: “tuo figlio ne ha combinata una delle sue”, dimenticando d’esserne corresponsabile). C’è anche, però, chi di figli volente o nolente è privo, o per ragioni anagrafiche o per scelta o per l’impossibilità di trovare un partner adatto o per qualche altro motivo.

Il serial “Boston Legal” mostra un po’ a tutti un’alternativa al rapporto filiale, mettendo in scena un “amor amicale” tra un uomo già anziano (l’avvocato Denny Crane, interpretato sullo schermo da un invecchiato William Shatner, già famoso per essere stato l’indimenticabile capitano Kirk dell’astronave Enterprise nella primissima serie di “Star Trek”) e un collega adulto (Alan Shore, la cui parte è stata affidata a James Spader, uno degli attori più sottovalutati dall’intellighentsia cinematografica americana che gli ha riservato per decenni solo la parte dello yuppie, senza vederne le potenzialità a tutto campo).

La storia tra i due comincia quasi per caso: Alan è licenziato dal suo studio (per intenderci, quello che è protagonista della serie gemella “The practice”) e per fargliela pagare intenta causa ai suoi ex datori di lavoro. Denny, che è socio di uno studio avversario ed è famosissimo per non aver mai perso un caso in aula, si interessa alla sua situazione: lo aiuta a vincere e poi, di fronte al fatto che Alan non viene riassunto dal suo vecchio studio, lo prende con sé alla “Crane, Poole & Schmidt”.

Da quel momento, sullo sfondo di molte cause esilaranti e altre provocatorie, tra i due si instaura un rapporto sempre più stretto, che quasi sconfina nell’amore fisico. I due amici dormono insieme, si abbracciano, si dividono perfino le donne, si spalleggiano in tribunale (Denny vi finisce spesso per la sua abitudine a maneggiare armi). Sono diversi, anzi opposti (Denny è conservatore e ostentatamente patriottico, Alan democratico e progressista, quasi comunista per un certo verso), eppure tra loro c’è una intesa fortissima, che quasi si configura come una vera e propria relazione sentimentale.

La serie, che vuole essere proprio una critica dell’America arrivista e senza remore morali del più recente Bush, e che riesce ancora meglio nel suo intento perché spesso chi parla con sincerità di quell’amministrazione è proprio chi l’ha votata e la rivoterebbe senza esitazioni, finisce anche per essere, forse perfino prevalentemente, un romanzo di sentimenti e generosità, proprio per la presenza di questa “storia” che definire d’amore sarebbe troppo, ma che definire d’amicizia sarebbe semplificatorio.

Ne emerge uno spaccato sociale interessante e dissacrante, pieno di sfumature alle quali la sceneggiatura, incentrata naturalmente sui dibattimenti in tribunale, indulge in diverse occasioni. L’atmosfera è, naturalmente, ironica e autoironica (Denny, che si presenta ossessivamente a tutti coloro che incontra col suo nome e cognome, può dire e fare quello che vuole, perché ha la scusa, sempre pronta, di essere affetto da Alzheimer o dalla mucca pazza; Alan, che avrebbe meno pretesti da usare dal lato dell’età e dello stato fisico, tuttavia lo segue – e con malcelato piacere – in ogni folle crociata): il risultato, però, è molto al di sopra delle stesse pretese della serie stessa, che vorrebbe essere solo divertente e invece riesce a far riflettere.

Qui sta anche la forza di certi sceneggiatori americani, che con l’aria di raccontare una follia dietro l’altra (e in “Boston Legal” la follia, o per meglio dire l'”anormalità”, è davvero di casa, da avvocati che si travestono da Oprah o da Buzz Lightyear ad avvocatesse nane o ad avvocati con la sindrome di Asperger) utilizzano la vecchia tecnica del servo matto shakespeariano, al quale il grande drammaturgo lasciava il compito di raccontare, nel suo modo irriverente, ogni più scomoda verità.

Tra le quali una è forse ancora più scomoda delle altre e riguarda i rapporti interpersonali e le varie gradazioni tra amore e amicizia: non c’è vera famiglia se non quella che s’è scelta – i due protagonisti sembrano vivere lontano dai genitori, senza fratelli o sorelle, senza neppure un lontano cugino da difendere: anzi, la loro scelta consapevole è quella di ignorare quel tipo di rapporto, vissuto come una costrizione, e vivono per sé, spalleggiandosi e diventando l’uno per l’altro sostegno e perfino parentado.

Quella famiglia impossibile da digerire o cancellata dal frego di una penna durante un divorzio, con tutto quello che significa in termini di difficoltà e di affetti, è sostituita da un rapporto d’amicizia profondo, da una scelta “consapevole”, che è meglio di un matrimonio, che è meglio perfino di un semplice fidanzamento, che è meglio e basta. Non che i colleghi di Alan e di Denny siano più fortunati o meno solitari – semplicemente per loro l’unica vera casa è quello studio in cui lavorano e in cui trovano la forza per andare avanti.

Anche i matrimoni sono solo pretestuosi. Gli amori vanno e vengono, si bruciano in un istante (Denny si sposa tre volte e cambia fiancée con una velocità imbarazzante, nonostante la tarda età). Resta solo un rapporto, quello forte e “consapevole” tra un finto papà e un finto figlio, che però si sono scelti e che, alla fine di ogni giornata, si ritrovano sulla terrazza che domina Boston a discettare di massimi sistemi, tra sigari e whisky di marca.