E sì, avete letto bene. I bacucchi son tornati. Hanno invaso il palco di “Amici” e Maria sta a guardare, anzi bofonchia, anzi in verità si strozza con una caramella e si fa dare della moribonda da quel simpaticone di Zanfo, che la osserva rantolare con una bonomia che si potrebbe definire, piuttosto, crudeltà. (Mamma mia, ma non s’era addolcito ora che non è più single?).

I bacucchi, però: il punto sono i bacucchi (non perdiamoci) – non l’epiglottide dorata della De Filippi, la donna che nota tutti i particolari infami dei poveretti che cantano (i ballerini, invece, no – lì allora punta sui bicipiti, e ditemi che sbaglia… il bicipite non inganna mai!), dalle scarpe a punta ai ponfi sul naso.  E invece, con tutta questa capacità osservativa, non riesce (distratta lei) a fare una piccola, piccolissima, minimissima disamina di quei tre bacucchi seduti dietro il banco della giuria di canto.

Prima di tutto, ma chi sono questi tre figuri? Perché, a sentirli discettare di stile e di talento, verrebbe da chiedersi: ma loro, poverini, dove l’hanno lasciato? La Di Michele che più passata come cantante nemmeno quello di verdura che compro dalla mia verduriera di fiducia, lo Zerbi che la Venegoni sostiene abbia mandato in rovina la Sony ed è passato alla storia come figlio naturale di Mengacci, la Maionchi che nemmeno se ce l’avesse in bocca al posto del dente del giudizio riuscirebbe a distinguere un cantante da un robivecchi. E allora a cosa hanno assistito i soliti quattro milioni di spettatori di quest’ennesimo sabato da dimenticare?

Hanno visto tre bacucchi (absit iniuria verbis) che giudicavano in base ai loro personalissimi criteri estetici – gente che se si chiedesse loro cos’è l’estetica penserebbero ad un ritocco chirurgico. Gente che ha come orizzonte musicale massimo “Bandiera gialla” di Pettenati (che, sia detto immediatamente, è un grandissimo) o l’ultimo di quel gruppo americano del quale, però, non ricordano nome, cognome e ovviamente stile. Tre bacucchi che discettano di come si debba cantare a vent’anni, a trent’anni, a quarant’anni, quando loro non san distinguere una tonalità minore da una maggiore, quando non conoscono nemmeno le canzoni scelte dai provinandi (Zerbi che parla della versione, riarrangiata per Mina, della canzone sanremasca “Oggi sono io” non si può proprio sentire – è come chiedere a Quelo la risposta per la crisi economica mondiale, e forse da Quelo ci si potrebbe aspettare perfino un’analisi più interessante).

E così, il risultato è che non passa quasi nessuno, perché, e cito quasi testualmente, uno canta “antico” (peccato che è un tenore, e di quelli bravi, naturalmente, Paolo Miki di Oriante, bravissimo nella sua versione di “Parlami d’amore Mariù”, che, evidentemente, non ricorda niente a Zerbi, la cui cultura musicale probabilmente comincia a partire da Martina Stavolo e lì, però, finisce), un’altra non ha un’emissione chiara (lo dice Mara, alla quale non farebbe male una visita da un buon otorino, ad una cantautrice che intona “La principessa sul pisello”, consentendo a due giurati su tre di essere volgari – tanto è ciò che riesce loro di fare meglio), un altro è troppo una seconda Diana (povero Pasqualex -sic- D’Adduzio, che arriva in scena fingendo di essersi dimenticato due occhiali, poi si mette a fare “wow” e saluta la giuria con un inchino e un “Salve” già visto e strasentito; poi, però, si lancia in una bella “I can’t stand the rain”, stoppata da Zerbi, per il quale di Diana ce n’è una sola).

E qui, forse, i cantanti in erba di questa settimana hanno sbagliato: per impressionare una giuria tanto aleatoria, capace di confondere “Je suis malade” (che forse la Maionchi dovrebbe guardare nella versione di Dalida su youtube, perché forse scoprirebbe che, ahimé, quel pezzo si canta così come ha fatto Antonio Sorrentino) con “Osteria n. 4”, bisogna puntare su qualcosa di più facile, tipo, che ne so?, il gingle di Canale 5, o “T’appartengo” (nella versione di Ambra, non di Mina, ovviamente).

Altro consiglio: non fingete di essere simpatici, soprattutto quando non lo siete affatto. Può funzionare solo con la Maionchi, che, ad esempio, salva un tizio (nome d’arte Vega) vestito da karateka, con un completino bianco stretto stretto, perché molto glamour, ma forse  più adatto ad una discoteca gay che agli studi televisivi. Soprattutto non credete che basti un paio di battute per farvi diventare delle stelle della tv che conta, come fa il pur bravissimo Alessandro Cini, che, quando parla, sembra un nuovo Antonino Spadaccino e viene prematuramente stoppato dopo cinque secondi dalla Maionchi (che, avendo puntato sull’originale, teme evidentemente che la copia lo superi, prima o poi).

Le battute servono dopo, per mantenervi a galla tra chi ha più talento, come ha fatto quella finta svampita a nome Diana, la cui eredità degenere di follia e stupideria s’è sentita sparsa a piene mani tra i provinandi di quest’anno, tutti appiattiti su quello stereotipo che fa tanto Grande Fratello e che l’anno scorso, però, è stato premiato al di là di ogni merito artistico.