Povero Mengoni, così solo. A leggere, però, i suoi testi, non sembra un artista tanto isolato, ostracizzato: in realtà ne esce come un infelice assediato dagli intervistatori (“Come ti senti”), come una grande star punita per la sua “differenza” (forse perfino sessuale, forse no, ma poco importa – qualche volta basta l’ombra del gossip a creare il personaggio), come un attore la cui personalità viene fagocitata dal successo (“Mangialanima”). Insomma, MM non si sente comune: si sente diverso (e, intendiamoci, fa anche bene) – però, alla fine la sensazione che ti resta in bocca è stucchevole.

E’ la sensazione di chi ascolta, qualche volta a bocca aperta, qualche volta turandosi le orecchie, e poi sbotta a dire: “Ma chi si crede di essere, ‘sto qui?”. E, poi, subito dopo averlo detto, ti rimangi subito le parole, perché si tratta pur sempre di un talento straordinario. Al servizio, d’altra parte, di un ego spropositato, che sperimenta, che prova e riprova, ma che ancora non è tanto maturo da “fare da solo”, senza qualche aiutino qui e là.

Ed ecco che “Solo 2.0” diventa eccessivo, barocco, rococò: un esercizio di stile, qualche volta, nel quale alla musica si pensa relativamente poco, mentre si pensa a colpire, stupire, meravigliare. Tutto molto Claudio Achillini, meno Virgilio e Orazio. Si comprende così come possano convivere tanti virtuosismi (non solo quelli vocali) in pezzi pur sempre minimal, per cui il coro melodico si accompagna al graffio sul vinile (“Un gioco sporco”) o l’effetto eco sul parlato si mescola al suono elettronico (“Come ti senti”). Insomma, l’album diventa come un catalogo di tutto ciò che si può fare di stravagante in campo musicale (anche a prescindere dal fatto che poi abbia davvero un esito accettabile). E’ come un anomalo Carnevale di spunti, come un uomo che danza coi tacchi a spillo, tentando l’indecente, scivolando da un eccesso all’altro.

“Un gioco sporco”: iniziano a cappella i Cluster, in versione neomelodica, tanto da far ricordare i bei cori dei festival di Sanremo anni Cinquanta. Poi, s’aggiunge la voce di MM elettrificata, mentre in controluce si sente il vecchio 68 giri arrancare sul giradischi. L’effetto è alquanto retrò, finché, finalmente, entrano gli strumenti rock. Intanto, scorrono le parole (punctum dolens). Ma il senso dov’è? Interessante il patiche musicale (anche se forse un po’ troppo di maniera), ma la poesia? Si tratterebbe, a quanto pare, del racconto di un ladro che è convinto di uscire sempre felicemente dai suoi furti. Ecco perché, come canta MM, “il mondo è appeso ad un allarme”. Inevitabilmente, poi, il contesto (leggasi: l’egocentricità di MM) fa immaginare che l’alata metafora si sia fatta vera allegoria: il fedifrago delinquente potrebbe essere tropo per indicare lo stesso MM e la sua vita piena di ostacoli e di fretta? L’artista maledetto che deve travestirsi, maledetto perché deve fare sempre bene, maledetto perché deve correre? O perché nessuno lo capisce davvero? Ma, se nessuno lo capisce, non sarà anche perché lui stesso non si fa capire? Nel caso, nonostante la gigioneria dell’inglese mescolato ai Cluster (leggermente declusterizzati, però), l’enigma diventa un po’ fine a se stesso. Il pezzo ha fatto gridare qualche critico al plagio dei Muse (“Supermassive Black Hole”), che in effetti sono relativamente ben omaggiati, mentre i Subsonica, da qualcun altro evocati, sono molto, ma molto sullo sfondo.

“Tanto il resto cambia”: piccola canzone d’amore, costruita sul confronto tra pianoforte e voce, seppure con qualche sgrammaticatura (“quanto male ci starò/ che sarai di un altro”). E’ la storia di un uomo che si sente perso senza il suo grande amore e prova a pensare che il tempo muta le cose. In realtà, il tentativo è inutile: tutto, sì, cambia, tranne quell’unica persona (“tutto quanto è fermo a te”). Struggente il ritornello dove l’acuto iniziale è da brividi (“se cambierà”), meno imperdibile la strofa piena di stilemi da canzoncina d’amore (“niente è mai perfetto,/ niente è come vuoi”). Il finale (“io non so parlare”) fa pensare all’ultimo Celentano. Qualcuno ha proposto come modello Tiziano Ferro. Anche i critici qualche volta prendono qualche abbaglio.

“Searching”: la canzone, il cui contenuto è appena comprensibile, visto l’inglese barcollante, è costruita su una o due anafore (“I know”, “I just wanna/ want”), ma è davvero imbarazzante, nonostante la tessitura melodica possa far pensare a qualcosa di meglio (e nonostante il prezioso incipit con una appena fiatata voce femminile). Sembra più che un brano un riempitivo. E’ davvero mortificante. “I will always remain”, senza alcuna reggenza, fa rabbrividire.

“Uranio 22”: altro incipit elettronico, stavolta con risata campionata. La voce arriva da un megafono. Il tutto fa molto anni ottanta (tipo Depeche Mode). L’impressione iniziale è quella di un gran caos. La confusione ha, però, un senso profondo – mettere alla berlina la falsa retorica della guerra. Non convince (anche se sulla carta sembra ottima) la scelta di un coro, come Le Matite Colorate, che, composto per la maggioranza da ragazzini sotto i 18 anni, crea un’atmosfera un po’ troppo da canzoncina da cartone animato o da Zecchino d’oro. L’intento, però, è interessante (forse non così originale come qualcuno ha immaginato, recensendo l’album – “Blowing in the wind”, per dirne una, è del 1962) e con esso è perfettamente coerente la sardonicità iniziale espressa con la risata e il megafono, simboli evidenti del potere che corrompe e che invita, nel caso, a sparare a tutti. Il testo, poi, perde d’intensità per via delle troppe ripetizioni del ritornello, che, onestamente, non brilla per intelligenza, pur facendo il verso a una filastrocca da bambino (Spara tutta a te/ più forte, spara che siamo tutti con te./ Spara tu per noi,/ siamo tutti con te). Modello più vicino sembra “La storia di Piero”, con la quale condivide (d’altra parte, non è molto) l’invito a sparare, oltre che parte della melodia di introduzione (assolutamente identica).

“Come ti senti”: comincia con la campionatura di una serie di commenti inutili da pseudo-critico musicale (sembra un repertorio da Maionchi – “mi sei piaciuto”), poi si apre con una lunga sequela di tipiche domande da intervista, giustapposte in modo da farne emergere il vuoto pneumatico. L’idea di mettere alla berlina un certo modo di fare giornalismo musicale (non critica, naturalmente) diviene un lungo j’accuse, ma il pezzo resta prigioniero di quest’impianto, che non gli lascia nessuna libertà espressiva. Alla fine, resta un catalogo (anche se variato costantemente dagli effetti di suono), niente altro.

“L’equilibrista”: il titolo era stato appaltato, qualche anno fa, da Renato Zero, che s’era messo nei panni dell’intrattenitore del pubblico circense. Qui, la metafora finisce sullo sfondo: la melodia molto accattivante non è sostenuta da un testo all’altezza (autore, incredibilmente, Neffa), pieno di ovvietà (verrebbe da dire) da talent-show: “sparirò, vado lontano” (vedi Luca Di Risio a Sanremo 2006), “Non so più qual è il mio posto” (Gianluca Grignani, “Che cosa importa”), “questo amore senza più amore” (Gigi Finizio, “Amore amaro”), “Lasciami andare via, così sia” (Franco Simone, “E così sia”). La potenza musicale della voce di Mengoni riscatta in parte questo testo tanto facilotto, quasi senza ritmo, pochissimo sentito e dove la figura dell’equilibrista non si sa nemmeno che c’entri.

“Mangialanima”: si chiude con un minuto e cinquanta secondi di “che non ti avranno mai”. Insomma, forse si poteva anche fare qualcos’altro per quasi metà canzone. Il resto è decisamente meglio: il testo vuole essere ironico sulla potenza dei media, di fronte ai quali l’atteggiamento giusto è quello del disimpegno e dell’ironia. Loro possono fare quel che vogliono (perfino “telefonare a Gesù”), ma alla fine “non ti avranno mai”. Ancora la polemica contro i giornalisti noiosi e pieni di dati (divertente il neologismo “statisticare”, ma altri s’è inventato quel geniaccio di Dente, che è il paroliere di questo capolavoro minimal fatto di sdrucciole, su musica di Nutini), che, invece che prendersela, incassano con eleganza e addirittura vedono qui il rock, quando il modello più vicino sono forse gli Squallor.

“Un finale diverso”: ci vuole un po’ per abituarsi a questo sound tutto in scarto rispetto alla normalità. Il testo, ancora una volta di Neffa, poi, ha il pregio d’essere assolutamente inutile: in questo bailamme confuso, in questa banalità senza suono, qualunque parola perderebbe senso, anche ad avercelo. Chi parla, a quanto pare, è annoiato: il suo partner è sempre impegnato nel lavoro, noioso nel suo modo di porsi davanti alla vita, sempre le stesse parole, sempre gli stessi atteggiamenti. E allora purtroppo il finale dev’essere sempre lo stesso. Dunque meglio spezzare le abitudini e immaginare, appunto, di fuggire via. Sembra un po’ scimmiottare i Subsonica.

“Tonight”: unica canzone dell’album della quale MM non è coautore. Il violino di Rossi fa da contrappunto ad un testo al limite della quisquilia (la traduzione è talmente incerta, ma quel che si intuisce è davvero sconcertante per la sua ovvietà da becerissima canzone d’amore, con la continua ripetizione di “you love me tonight”, quando “love” in inglese non è esattamente equivalente a “fare l’amore”). Certo, l’atmosfera è davvero elegante, ma poco originale nella tessitura musicale, fin dall’introduzione del pianoforte.

“Dall’inferno”: si immagina come lettera di Jack lo Squartatore. La voce si ingobbisce, è più scura, quasi mascherata, come il personaggio che deve suggerire. Qui il testo si fa vera poesia: antitesi semplici, evidenti, ma la tessitura verbale è musicalissima. Tramite il riferimento a luci e oscurità, angeli e demoni, si ritrae una vita di male, senza possibilità di riscatto. Anche la musica, con l’urlo da muezzin appena accennato a metà, si adatta a questo testo tanto oscuro, come un urlo strozzato.