Diciamocelo: in tv non si inventa niente. E, del resto, la ricerca di originalità è un’ansia tipica di noi moderni, che, quando, per esempio, sentiamo una canzone appena pubblicata, non riusciamo a non inventare paragoni. Dunque, prima di parlare di “Glee”, bisogna, per forza, sgombrare il campo da qualche sciocchezzuola che è stata detta a proposito di questo serial, così tanto amato in tutto il mondo.

Non è vero (ma proprio per nulla vero) che “Glee” sia un prodotto originale dell’inventività americana, qualcosa di “mai visto”. Basta avere un minimo di intelligenza e memoria televisiva per ricordare che di serial legati alla vita della high school i magazzini tv sono pienissimi: “Beverly Hills 90210”, tanto per dirne uno (e forse quasi un antesignano del genere, ma non sono troppo sicuro di questa affermazione), “Saved by the bell”, tanto per dirne un altro (e giusto per avvicinare il top col flop).

Non è vero che questa sia la prima volta che la musica sia utilizzata in un serial: ci sarà ancora qualcuno cui siano sfuggite le meravigliose divagazioni musicali di “Ally McBeal”, che è spesso costruito a mò di musical, o le ancora più stravaganti esibizioni, tra ballo e canto, che costellano le improbabili profezie dell’avvocato protagonista di “Eli Stone”?

Non è vero che sia la prima volta che protagonisti di un serial siano i cosiddetti nerd, o, come sono chiamati in “Glee”, i loser, che, però, in questo caso, sono anche belli e fighi: “Chuck” e “The Big Bang Theory” sono tra i più recenti esempi di come il cervellone socialmente goffo e inelegante possa diventare protagonista tv.

Insomma, tutti gli elementi di “Glee” esistono anche prima che “Glee” nasca. L’originalità non c’entra col successo di questo nuovo prodotto. Quest’ultimo c’entra, invece, con la capacità di commuovere, di toccare profondamente l’animo.

Le storie di “Glee” sono, in genere, monotone, tutte costruite sull’intreccio amoroso tra i protagonisti, che, almeno in teoria, hanno lo stesso peso specifico: la storia va avanti per scrolloni, quasi mai le decisioni prese dai personaggi sono sufficientemente preparate, quasi mai gli eventi che li colpiscono entrano nella storia logicamente e verosimilmente. Quasi tutta la trama è mal scritta, difettosa. Prova ne sia, per dire, che la seconda serie finisce con due personaggi che quasi nemmeno si conoscono per mesi e mesi e che, invece, proprio alla fine dell’anno scolastico, sembrano innamorarsi, pur volendo mantenere il segreto sulla loro relazione (Sam e Mercedes), e che la terza inizia senza uno dei due (Sam). Dov’è finito questo spunto di trama? Era proprio necessario?

E che dire di relazioni che si chiudono per un nonnulla, come quella tra il ragazzo sulla sedia a rotelle Artie e la cheerleader poco intelligente Brittany? Basta che la storia richieda un minimo di sorpresa e novità e gli autori si accomodano sulla facile scelta del collage alla “Beautiful”. Insomma, il peggio del peggio.

E allora perché tanti appassionati, perché “Glee” è considerato un capolavoro? La risposta, incredibilmente, sta proprio nei suoi difetti narrativi, nella sua totale indifferenza alla verosimiglianza, sacrificata sull’altare dei sentimenti forti. “Glee” si regge solo ed esclusivamente sulla totale, incredibile intensità con cui i suoi attori recitano una parte ridicola, rendendola, soprattutto con le loro performance canore, completamente credibile.

E’ come se essi stessi scommettessero costantemente su ciò che fanno, a prescindere dal fatto che ci credano davvero – la vita di “Glee” sta proprio in questa incredibile capacità di rendere in modo cristallino le stesse universali emozioni che tutti noi, anche quelli apparentemente più felici e fortunati, abbiamo sperimentato – l’estraneità al mondo, la solitudine, l’amore non corrisposto, l’amicizia tradita.

Poco importa che i particolari non funzionino, o siano al massimo imitazioni di imitazioni, che la storia scricchioli dovunque e comunque. Questa volta, la forza di un serial sta in questa capacità di generalizzazione assoluta, che prescinde dalla giusta scelta narrativa, nel fatto, insomma, che tutti noi possiamo rivederci (e risentire parti di noi talmente intime che magari nemmeno siamo in grado di riconoscere) in quell’angelo di Kurt che tiene la mano del padre malato, mentre canta, con la sua voce da usignolo, la beatlesiana “I want to hold your hand”, o in quell’altro angelo di Rachel che resta sola nella stanza di canto, mentre è lasciata dal suo fidanzato e non riesce a frenare le lacrime, mentre intona “Total eclipse of the heart”.

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