Alessandro Casillo, “E’ vero” (Emiliano Bassi-Matteo Bassi): uscito da uno di quei talent show per bambini prodigio, Alessandro è il prototipo del bel ragazzo stonato. L’emozione, incomprensibile per qualcuno che ha già cantato in tv da anni, lo porta a fare errori assurdi. La canzone è, onestamente, non un capolavoro di originalità. Quasi tutto da dimenticare, anche la frangetta da boy band svedese. E’ assai fastidioso vedere un cantante da karaoke che imita Gary Go. Voto: 2

Giordana Angi, “Incognita poesia” (Angi): o la melodia scritta dalla Angi è dissonante o lei era completamente stonata. Il testo è rispettabile, anche se immaturo (“E così mi riaggomitolo e attorciglio/ e risplendo fra rami di pura magia/ di realtà e finzione”). L’interpretazione però è tragica: la diciottenne si mangia le parole e noi ne capiamo in pratica la metà. Forse la stoffa c’è anche, ma sotto dieci chili di impreparazione. Voto: 2

Iohosemprevoglia, “Incredibile” (Vittorio Nacci): un giorno ci spiegheranno come mai un gruppo con un frontman tanto insulso musicalmente sia arrivato a Sanremo. E menomale che sono usciti da un’accademia. Nel frattempo, forse, potevano anche insegnargli a prendere due note su quattro perlomeno. “Non aver paura”, sì, delle stonature. Voto: 2

Celeste Gaia, “Carlo” (Celeste Gaia): testo sbarazzino da giovinotta che impazzisce per un ragazzo conosciuto per caso, voce non pervenuta. Facile anche restare intonata tenendo il volume (per usare un eufemismo) bassissimo. Purtroppo la personalità canora per un cantautore è fondamentale: qui manca completamente. La musica sovrasta una potenza canora ai minimi termini. Peccato, “Carlo” è davvero un bel nome. Voto: 5/6

Erica Mou, “Nella vasca da bagno del tempo” (Erica Mou): canzone intimista, forse poco adatta a Sanremo, ma cantata (ancora una volta) con un fil di voce e qualche imprecisione d’intonazione. L’impressione è che su disco andrà meglio, dal vivo c’è ancora troppa strada da fare: l’interpretazione, che non è particolarmente sentita, ma finta, è troppo antiquata. L’impressione generale è quella della canzoncina cantata davanti al fuoco durante una scampagnata con gli scout. Un po’ poco per quel palco. Voto: 4

Bidiel, “Sono un errore” (Brando Madonia): atmosfera anni Sessanta, forse l’idea è di rifare, modernamente, l’Equipe 84. Solo che Vandelli in tanto tempo ha imparato a cantare. Qui i cori soprattutto sono non da professionisti, ma da poveracci. Il testo è appena sopra la sufficienza, anche perché non si capisce dove voglia andare a parare. Voto: 4-

Marco Guazzone, “Guasto” (Guazzone-Cerruti-Costantini): per cantare canta, anche se non è preciso e si lascia prendere dall’emozione. Ma la canzone è piattissima, noiosa, prima filastrocca, poi strasentita. Dovrebbe migliorare la dizione, che sembra poco curata e tende a rovinare l’espressività di un timbro, per la verità, non proprio originale. Del resto, è un cantautore – vogliamo pretendere la perfezione? Voto: 6

Giulia Anania, “La mail che non ti ho scritto” (Anania-Faini-Cecere): voce rock, ma senza potenza, un po’ tagliata dall’emozione, palpabile durante la presentazione, in almeno un’occasione la stecca arriva. Soprattutto quando la canzone si alza, Anania si mostra in difficoltà, senza spessore, si spezza, lasciando un’impressione di energia mal riposta e poco controllata. C’è proprio una nota particolarmente alta alla quale non arriva né la prima né la seconda né la terza volta che dovrebbe raggiungerla nel ritornello. Voto: 3