Dopo anni e anni di allenamento, ritenevamo di essere in grado di affrontare qualunque testo musicale. Nel caso di “Io sono ai tropici”, cantata (ahimé) e scritta da Gerardo Pulli, dobbiamo ammettere che la sequenza delle parole potrebbe avere diversi sensi possibili.

Ma vediamo perché siamo arrivati a questa conclusione e a questa confessione che non ci fa onore.

La prima, breve, strofa di “Io sono ai tropici” è, forse volutamente, quella più criptica: si intuisce che il cantautore sta parlando con un interlocutore (si può immaginare che non sia una donna, anche perché, forse volutamente, il Pulli non usa nemmeno un aggettivo riferibile a questa persona – dice solo che la conosce e che vorrebbe andare con essa ai tropici, dunque potrebbe essere anche un amico, o eventualmente un fidanzato – noi che stiamo alle parole scritte non possiamo di certo escludere anche questa possibilità, che, tra l’altro, è confermabile anche da un altro interessante verso: “ma io e te siamo diversi”, dove l’espressione è, forse volutamente, ambigua).

Cosa stia dicendo il Pulli al personaggio dialogante, è impossibile da discernere: la canzone comincia con una domanda (forse retorica), su cosa potrebbe dispiacere (“ma non ti dispiace neanche un po’/ neanche un po’ davvero”) al “tu” cui il cantante si rivolge. Passi che un intero verso ripeta la parte meno interessante dell’incipit, ma poi l’ascoltatore vorrebbe sapere cosa dà (o forse non dà, se la domanda è retorica) fastidio al poverino. No, ahimé, forse volutamente, il testo non ci risponde, ma anzi rilancia: “se nel tuo percorso varrà solo un difetto/ basta dire no”. L’ipotetica continua i primi due imperdibili versi? Se è così, allora il dispiacere è legato ad un difetto di percorso (forse una via sbagliata per andare dal panettiere più vicino, chissà, oppure, più probabilmente, il naso troppo a patata, il corpo troppo tondo – insomma un difetto fisico, il che spiegherebbe, evidentemente, il fatto che molti fan dicano che la canzone è autobiografica).

Se invece “se… un difetto” regge “basta dire no”, il senso del primo distico è lasciato incompiuto (forse volutamente). Da questa sistemazione sintattica, però, non guadagnano gli altri due versi. Ammettiamo, pure, che nel “percorso” di qualcuno possa valere solo un “difetto” (il che, forse volutamente, non significa niente di niente, perlomeno in italiano), ma allora che significa “dire no”, che sembra bastare a sistemare tutto? E a cosa si deve dire no? Al difetto (fisico o morale) del percorso, anche se quello “vale”? Al percorso, che pure è difettoso (moralmente o fisicamente), ma che potrebbe valere esattamente quanto il difetto ivi compreso? O a qualcosa di non segnalato, cioé al soggetto sottinteso, tipo il cantante stesso?

Quest’ultima ipotesi, forse volutamente, potrebbe essere spia di una volontaria ironia del Pulli, che, di fronte al suo interlocutore (il suo fidanzato?), gli chiede di dirgli di no – probabilmente riguardo al viaggio ai tropici. Allora, il Pulli, insomma, chiederebbe al suo amante di non venire con lui in vacanza. Dunque, Gerardo vorrebbe andare via da solo, lasciandolo a casa, chissà, magari per quel difetto che ha il suo percorso (a meno che non sia difettoso il percorso dello stesso Pulli, il quale potrebbe non aver letto bene la mappa geografica e quindi invece che andare ai tropici finire per trovarsi da tutt’altra parte – all’equatore, ai poli, su un altro pianeta…).

La seconda parte dovrebbe, in teoria, chiarire il senso del dialogo: comincia, promettente, con un “perché”, che fa presagire una dichiarazione veramente illuminante. E invece, forse volutamente, Gerardo lascia tutto nella nuvola della incomunicabilità: “io, guarda, lo capisco, sì,/ perché ho capito come sei”. Sottolineiamo la preziosità del polittoto (“capisco”/ “ho capito”), forse volutamente sciatta, ma vogliamo sottolineare la meraviglia del primo verso: “io, guarda, lo capisco, sì”. Cioé: vogliamo renderci conto della fattura di questa splendida icona linguistica, tutta costituita da tre traduzioni diverse di “I see”, quella espressione che in inglese non significa assolutamente niente e della quale gli Inglesi ignoranti infarciscono il loro eloquio per aggiungere qualche parola qui e là?

Siamo, così, alla prima sicurezza di questa analisi: il cantante conosce il suo interlocutore (“ho capito come sei”), il che significa che tra i due c’è un affetto – il che confermerebbe indirettamente l’esistenza di un legame (amoroso?) dell’interprete col suo interlocutore.

Qui si innesta la perla testuale dello splendido verso: “e capisco anche il tuo progetto anti-precarietà”. Cioé, prima di tutto va sottolineato quante cose capisce Gerardo (prima capisce qualcosa che non s’è capito e a cui si fa riferimento, in modo forse volutamente ambiguo, con l’espressione “lo capisco, sì”; poi, capisce com’è il suo interlocutore; adesso, addirittura, capisce i suoi piani!). Poi, occorre stabilire cosa sia un “progetto anti-precarietà”. Qui cade l’asino: c’è di mezzo un lavoro (chissà, magari ai tropici?) da co.co.pro, o un chiosco estivo, o una stagione tipo quella della vendemmia? Il ragazzo cui ci si rivolge, dunque, è, chissà, un extracomunitario che vive di espedienti, o un diciottenne che non è andato all’università e sopravvive di lavoretti interinali, o chissà chi altro.

E magari questo interlocutore vorrebbe finalmente trovare un posto fisso, alla facciaccia di Monti! E allora, la canzone diventerebbe un’analisi spietata (ma, forse volutamente, ambigua) dell’Italia di oggi, in contrapposizione ai tropici, dove tutto è meno precario, anche il lavoro! Peccato che l’argomento non sia sviscerato altrimenti – allora avremmo capito tutti, non solo il Pulli, che, come s’è visto, capisce di tutto.

Parte così, forse volutamente senza far comprendere ciò che precede, il ritornello:

il mondo va a rotoli
e questi colletti bianchi son dei comici,
ma io e te siamo diversi:
andiamocene ai tropici

Allora, la precarietà diventa simbolo di un mondo sottosopra. Echeggia qui la dichiarazione di Bartali: “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”. Ma il punto di critica è verso i colletti bianchi – cioé gli impiegati, cioé quelli che hanno un posto fisso. L’interlocutore però vorrebbe essere pure lui un colletto bianco! E come mai farlo andare ai tropici, povero ragazzo, se può passare da co.co.pro a tempo indeterminato? Ma allora Gerardo sta dalla parte di Monti, contro il posto fisso? Ma allora il chiosco che abbiamo immaginato ai tropici, porcaccia miseria, è solo un lavoro stagionale?

E perché, perché, o Pulli, tu vuoi evitare che il tuo fidanzato abbia un lavoro normale e magari noiosamente fisso, che è poi il suo progetto “anti-precarietà”? Il cantante risponde: “io e te siamo diversi”! E no, caro Pulli, non puoi costringere qualcuno, sulla base della sua sola scelta/ identità sessuale, a fare il precario a vita! Cos’è questa, una speculazione sessista? Noi reagiamo, e reagiamo con fermezza, a chi vuole ghettizzare gli omosessuali (e magari anche le lesbiche!) in lavori interinali, magari mal pagati! Qui si tracima!

(Scusate il fervore).

L’ultima quartina, prima del ritornello finale, è, infine, fatta per toccare un altro tema tipico della nostra società, la fede:

Non credo ci sia divinità,
credo che il nostro qui è un passaggio
e quel passaggio, almeno questa volta,
vorrei dartelo io

Qui il Pulli si pone, forse volutamente, sulla strada dell’ateismo, o dell’agnosticismo (“non credo ci sia divinità”). Mi chiedo come mai nessun rappresentante della CEI non l’abbia stigmatizzato. Poi, Gerardo passa a parlare di “passaggi”, forse esistenziali, forse reali (nella canzone sarebbe inserito anche un autostoppista, che probabilmente deve andare ai tropici, oppure al suo lavoro interinale in un giorno di sciopero dei mezzi pubblici). L’interlocutore è sempre lo stesso o è un altro?

La cosa è, forse volutamente, ambigua. Sembra in effetti che il nuovo interlocutore sia più disponibile al viaggio ai tropici – e quindi favorevole al lavoro non fisso e alla precarietà. A lui Gerardo dice di “volerglielo dare”. E con questa dichiarazione, forse volutamente misteriosa, chiude la canzone.

Ne verrebbe fuori che:

1. Gerardo si rivolge ad un uomo cui è legato da affetto (forse d’amore) e che vuole un posto fisso e gli dice che, invece, deve seguire le dichiarazioni di Monti e puntare su un lavoro stagionale ai tropici, perché ha avuto la fortuna (o la sfortuna) di nascere “diverso”, ma poi alla fine gli chiede di mandarlo da solo in vacanza (forse perché crede di trovare sulla strada uno più interessante);

2. Nella seconda parte, Gerardo si rivolge, invece, ad un altro ragazzo che è più disponibile a partire per i tropici e a una vita randagia e che lo stesso cantante vuole caricare sulla sua auto per portarlo ai tropici (oppure, ma la cosa è forse volutamente ambigua) in camporella.

Wow.