Il nuovo lavoro di Annalisa Scarrone, la Nali di “Amici”, seconda classificata un anno fa, non può essere definito eufemisticamente. Non ci sono (e può anche dispiacere) buone parole possibili, nessun paragone che possa confortare chi ancora non l’ha acquistato perché lo faccia, così almeno per curiosità. Il disco, intitolato “Mentre tutto cambia”, è contradditoriamente privo di alcuna novità: risulta pieno di ovvietà e approssimazioni testuali, infarcito di metafore sdrucite e senza peso; perfino le immagini, così come la loro organizzazione, sono mortalmente noiose, inutili, senza nerbo.

Non c’è una parola nuova o originale, com’è nemmeno nuovo e originale il piglio con cui l’interprete affronta queste (non sempre facilissime, c’è da dire) prove. La sua interpretazione assurdamente piatta conferma un’involuzione non da poco nello stile di una cantante che aveva stupito per la sua originalità iniziale durante le sue prime esibizioni televisive. La cura amiciana, anche a distanza di tempo, ha intaccato forse definitivamente il talento della Scarrone, che non riesce nemmeno per un attimo a staccarsi dalle sue abitudini sonore, talvolta tanto radicate che chi l’ascolta non può non rendersi conto di quanto in lei non appaia nessuna traccia di quello che lei, forse in un momento di autoesaltazione, ha definito recentemente: “un passo avanti rispetto a “Nali””.

Se proprio bisogna parlare di passi, sarebbe il caso di vedere, piuttosto, quelli indietro, forse talmente indietro che non c’è che sperare che la Scarrone ricominci seriamente a intraprendere, con nuove prospettive e nuove premesse, un cammino artistico davvero serio.

Senza riserva: è l’amore immaginato in questo che tra l’altro è il nuovo singolo di lancio. Una canzone noiosissima, triste (in tonalità minore) quando invece è esempio di amore oblativo (“ti regalerò”, pare che Annalisa lo dica due o tremila volte). Fastidioso il solito ricorso all’inutile birignao alla L’Aura, che tra l’altro viene molto meglio alla cantante bresciana. Niente di nuovo sotto il sole scarroniano, niente di straordinario. L’incipit è poi davvero da risata in sottofondo: “Mi sorprende ritrovarti/ sulle scale quando torno a casa”, poverina, sembra stia parlando del cagnolino. A meno che Virginio non sappia abbaiare.

Mentre tutto cambia: dalla linea melodica più adatta alla pubblicità di un assorbente, questa canzone è piattissima anche quanto a contenuto. Nuovamente, è l’anafora che costruisce il testo, stavolta del verbo “cambiare”, qualche volta perfino in polittoto. Il succo è: tutto al mondo cambia, perfino “i confini i fondali marini grattacieli”, ma tu, amato mio (ancora Virginio?), resta esattamente come sei. La canzone non si apre mai, stilisticamente è uguale a se stessa, ricorda impercettibilmente un titolo ben più famoso e opposto quanto a significato (“Mentre tutto scorre”, e lo “scorre” è pure ricordato da “mentre tutto corre intorno a noi”). Insomma, un disastro, mentre la voce della Scarrone continua a non cambiare mai, giocando su tre-quattro note per quattro minuti.

Lucciole: dalle atmosfere tipiche dell’Annalisa degli esordi, “Lucciole” ricorda gli anni Sessanta, dalla Scarrone tanto amati (peccato che l’amore non sia corrisposto, ma succede). Anche qui un’altra storia d’amore, ma stavolta non più desiderato: il ragazzo cui ci si rivolge deve, infatti, andarsene via. Cosa c’entrino le lucciole, ma anche un lunedì che è (sic) “un raggio di polvere” e una abat-jour che invece è “un disco che scricchiola”, è un po’ difficile capire, ma non stiamo a chiedere congruità ad un disco che la logica ha messo nel secchio della spazzatura. La luce (e le lucciole con essa) è simbolo dell’estate che torna – cioé della voglia di vivere che riesplode. Siamo sul livello della prima canzone scritta dalla Scarrone, quella “Solo” che non significava niente, ma era solo un simpatico coacervo di parole accumulate le une sulle altre. “Lucciole”, dunque, anche se finisce musicalmente in modo poco comprensibile, con la voce che addirittura sembra stonare, resta un esempio di ciò che poteva essere, se ci fosse, però, una laurea in lettere invece che una in fisica.

Per una notte o per sempre: un verso ben descrive questa canzoncina: “tutto tornerà alla sua folle banalità”, nel caso non c’è nemmeno bisogno che qualcosa torni. L’unico aspetto positivo è che questo pezzo dura pochissimo. Momento imprescindibile nel testo: “ti riprendi le mani e mi ridai le paure;/ vai come fai per una notte/ o per sempre, come fa tutta la gente”. Forse non è il caso di commentare la ridicolaggine di questi versi: l’idea che qualcuno si riprenda le mani dell’amante e le ridia le paure è talmente autoevidente! E la bellezza della rima interna “vai/ fai” devo proprio commentarla o basta il vomito?

Tutto sommato: e qui la Scarrone ci fa una sorpresa: decide di fare l’ironica. Wow. Il fatto è che non c’è differenza apprezzabile tra l’Annalisa ironica e l’Annalisa drammatica: stessi mezzi sonori (il cui eccessivo uso li rende insopportabili), stessa intenzione. Ma come si farà a dire che questa ragazza “interpreta” ciò che canta? Questo pezzo, apprezzabile quanto a struttura melodica, è fondamentalmente rovinato da una voce sempre uguale a se stessa, che non dà mai peso alla singola frase, non dico alla singola parola.

Bolle: una piccola citazione minesca ci dev’essere (“Le mille bolle blù”), ma la stoffa è altra. Il pezzo, con la sua apertura leggera, come le bolle d’aria paragonate alle parole del solito inutile amante, insincero e logorroico, è il più bello in assoluto: opera della premiata ditta Camba-Coro, presenta una forza incredibile nel ritmo che s’alza oltre l’apatia dei primi versi: “è la mancanza che ho di te/ che sbriciola in un sorso/ l’universo che mi hai regalato”. Qui c’è la classe, diciamolo subito, ma non quella dell’interprete che, poverina, non riesce nemmeno a salire le montagne del ritornello (“vai via, vai via,/ ricordami di vivere”) e, addirittura, quando non ha la forza di un difficile acuto, lo risolve in una maniera da primo anno di conservatorio. Non penso che Annalisa farà mai dal vivo questo brano. Troppo complicato per lei, anzi direi impossibile.

Ottovolante: musicalmente strasentita, sul livello di una sigla di cartone animato (ma Cristina D’Avena è un tantino più in palla), non ha nemmeno il pregio dell’originalità testuale: perfino l’immagine che dà il titolo al brano non è propriamente una grande invenzione (stesso titolo per la canzone del 1968 di Alberto Anelli). Vogliamo parlare poi di “questo amore è una spina sottile”? Viene da pensare alla Vanoni (“L’amore e una spina”). Capisco che scrivere nuove metafore è difficile, ma anche rasentare il ridicolo non è auspicabile.

Ancora un’altra volta: sembra impossibile, ma nello stesso lavoro, per ragioni oscure, si rischia la contraddizione. Questo pezzo, infatti, dice: “Cambieranno le stagioni,/ i sogni, i nostri desideri…/ ma sei disposto tu a cambiare il tuo nome?”, in aperto contrasto con la precedente “Mentre tutto cambia”. Momento clou: “Cambieranno le abitudini/ e anche questo amore,/ ma sei disposto tu a cambiare il suo nome?”. Chissà di chi bisogna cambiare il nome – ma, insomma, vogliamo davvero sapere tutto di questi immortali pezzi?

Tra due minuti è primavera: stessa melodia della precedente. Un caso di autoplagio. Il ritornello, invece, ne ricorda almeno altre due. Come commento, potete anche andare a rileggervi quello che ho scritto di due altre canzoni a caso dell’album. Orribile, se proprio devo aggiungere qualcosa: “ci sono stelle appese nel cortile” vi sembra sufficiente per gridare allo scandalo?

Per te: una tristezza infinita a leggere i versi di questa ballata, non per i sentimenti che esprime, ma per la assoluta distruzione che emerge dall’italiano utilizzato. Non è più una lingua, ma residui di macerie, per cui il dolore diventa, ancora una volta, “polvere sulle scarpe nuove” (si vede che la Scarrone ha l’assillo dei lavori di casa), o si può arrivare a dire, banalmente: “(tutti, scil.) forse lo sanno/ che la tua felicità ha liberato la mia”. Mamma mia.

Non ho che questo amore: altre spine (“questo amore fatto/ di rose e anche di spine”), altri risvegli mattutini (“sei bellissimo,/ te lo dico anche al mattino”), altre importanze (“mi ricordi che sono importante”). La banalità al potere. E ancora l’autoplagio. Ma aspettare due o tre mesi e scrivere testi come Dio comanda? Sembra brutto? (A prescindere dal birignao pseudoironico della vocina sottile della Scarrone, che arriva addirittura alla risata finale – che è quella del pubblico contento di essere arrivato alla fine).

Prato di orchidee: non consideriamo il fatto che un prato di orchidee è un’aberrazione botanica. Ma vogliamo parlare del ridicolissimo ritornello? “Guardami andare lontano/ dai miei guai,/ da ciò che conosco/ e da tutto il silenzio qui intorno”: passi che Annalisa voglia andare lontano dalle preoccupazioni, ma come mai vuole abbandonare anche il silenzio del prato? No, qui c’è qualcosa di illogico in tutto il pezzo, a partire dal fatto che non esistono prati di orchidee, ma semmai orchidee in un prato.

Ed ecco che in tutta questa ovvietà innaturale, in questa follia di scrittura che scricchiola, ansima, non trova mai terreno fertile, si incartoccia su se stessa senza avere requie due versi sono imperdibili e fungono da vero epitaffio di questa tragedia che qualcuno si ostinerà a chiamare album:

forse è meglio ogni tanto tacere e sparire.

 

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