Povero Marco. Lui ci credeva. Ha stretto i denti, stirato il collo come un gallo cedrone, ha urlato come nelle migliori occasioni. Però, forse per cantare ci vuole qualcosa di più.

Il Castelluzzo furioso faceva quasi pena, ieri sera, quando per uno strano caso del destino è finito lui nel tritacarne dell’eliminazione. Doveva trovarsi davanti qualcun altro (non Ottavio): è andato tutto come non doveva, povero Marco.

Ma, come nelle migliori favole a lieto fine, il giudizio incontrovertibile del pubblico sancisce, una volta per tutte, che l’ambizione senza nerbo, fatta solo del nervosismo di chi digrigna i denti, perché la musica per lui è solo strumento, può andare per una volta a farsi friggere.

Possiamo davvero rimpiangere il Castelluzzo del finto amorazzo, delle parole in libertà, dello sguardo torvo, dall’unica sola canzone scritta in trentadue mesi di scuola?

No, onestamente chiunque ami la musica può far finta di non aver mai sentito la dimenticabile “The sun is here with me”, come (speriamo prestissimo) ci si scorderà di aver ascoltato, anche solo una volta, “Io sono ai tropici”.

Magari la sua fidanzata, l’algida ballerina Francesca, si sentirà in difficoltà, piangerà anche due o tre lacrime durante la prossima settimana (rigorosamente a favore di telecamera o di Zanforlin), ma anche lei, come tutti quanti, se ne farà una ragione.

Tanto, povero Castelluzzo, dove voleva andare? Immaginava seriamente di poter vincere il programma? O anche solo di andare a cantare alla sagra del prosciutto crudo ad Asaka in Uzbekistan?

Insomma, è uscito Castelluzzo. Una voce qualunque, anonima, senz’anima, senza tecnica. Un altro Pulli, insomma.