Emma Marrone, Bella senz’anima: la prima parte assolutamente imprecisa, in diversi punti gigioneggia come la solita camionista, senz’emozionare. Il sorriso all’amatriciana c’entra poco con l’interpretazione generale del pezzo. Quando la voce s’alza, un po’ meglio, ma strafà soprattutto quando arriva alla parte del ritornello più nota. La voce s’incrina e deve cercare un’altra via per risolvere il punto più alto. Quando finisce col gridare e muoversi come un’ossessa, ricorda la Errore. Il grido finale è stonato. La Maionchi piange istericamente: come commento all’interpretazione è adattissimo. Voto: 5

Marco Carta, Alta marea: l’inizio è proprio calante (poco aiutato dall’orchestra). Si riprende un po’ col ritornello. Non è facile trovare il ritmo giusto (che rispetto all’originale è rallentato) con come riferimento più vicino una chitarra e un bongo troppo veloce. Quando parte la seconda parte, Marco appare più rilassato, ma la voce si sfrangia una o due volte. Poi, nella ripresa del ritornello, fa la sua ottima figura e il finale, intenso senza strafare, è fatto in modo perfetto.La giuria, invece, sarebbe meglio se non parlasse.Voto: 6+

Annalisa Scarrone, It’s my party: l’inizio è come al solito sotto l’orchestra, rispetto alla quale il volume della voce non riesce ad essere subito esplosivo, come dovrebbe essere. Va anche peggio quando entrano i coristi: in pratica Annalisa non si sente. In difficoltà nella ripresa del ritornello, è in ritardo per quasi due minuti di seguito. Poca agilità nella voce. Poi, fa il suo solito urlettino, ma intanto tutte le parole diventano come il gramelot alla Dario Fo: non se ne capisce una sola. Non c’è ritmo né variazione né modulazione nella voce che resta sempre uguale a se stessa e, quando deve cambiare in un breve spazio tra il registro acuto e quello grave, fa una figuraccia, quasi da svociata. Voto: 4-

Alessandra Amoroso, A natural woman: nasale al punto giusto, si trova a suo agio in una canzone difficile, senza appigli, anche se l’orchestra sembra piuttosto cercare di buttarla fuori tempo. Strepitosa, senza esagerazioni, nell’acuto a metà canzone. Il registro basso è la sua forza, come la grinta che tira fuori. Meno precisa nella seconda parte, anche quando non è esattamente precisa in uno degli ultimi acuti prima del finale. Appare in conclusione soddisfatta di se stessa, ma deve molto anche al coro gospel che l’accompagna. Voto: 7 1/2

Pierdavide Carone, Bohemian rapsody: caliamo un velo pietoso sull’inglese da prima elementare. Risolve gli acuti troppo alti con un mezzuccio da primo anno di conservatorio. Una serie di stecche clamorose accompagna la prima parte, quando la voce dovrebbe salire, ma lui non ce la fa. E’ perfino in ritardo. Altra stecca evidentissima nella seconda parte: terribile da ascoltare. E un’altra ancora poco più tardi. Completamente fuori tempo ad un certo punto, non si riprende nemmeno nel finale. Quando non si è un cantante, ma solo un autore, bisognerebbe prendersi meno libertà. Voto: 2