Gerardo Pulli, A te: non si sente nemmeno la voce. Grande assente l’interpretazione. Non basta per cantare bene avere il faccino espressivo e fare due risolini a caso, in genere nel finale. Gerardo non becca una nota, tanto per cambiare, non va nemmeno a tempo e anzi in qualche momento si perde perfino le parole. Definire “canto” questa schifezza è un’eresia. Voto: 0

What a wonderful world: l’inglese, questo sconosciuto. Il pezzo è completamente inadatto alle inesistenti qualità canore del Pulli, che alza un braccio al cielo, ma non ci fa dimenticare con quel semplice gesto che lui è il più gigantesco bluff della trasmissione di quest’anno. La canzone che ha avuto tante interpretazioni (anche scarse, talora) qui trova davvero la tomba definitiva, soprattutto quando il Pulli cicca il finale. Voto:   (qui immaginate una croce, insomma una vera crux desperationis).

Carlo Alberto Di Micco, I’m yours: inizio timido, poi Carlo prende confidenza e si getta in una interpretazione tutta solida, nonostante lo staccato continuo della canzone, non proprio adatto alla sua voce, che tende a trovare migliori accenti quando canta le ballad più distese e meno sincopate. D’altra parte, la seconda parte è meno convincente. Voto: 6 1/2

What a wonderful world: l’inglese è limpidissimo, l’intonazione è perfetta o quasi. Carlo dimostra anche una certa sensibilità nel porsi davanti al pubblico. Perde concentrazione, a quanto pare, nella seconda parte, che gli riesce un po’ troppo malinconica, anche se l’intento è quello di far diventare questa semplice canzone un piccolo esempio di blues. Voto: 8

A chi: disperato e contenuto nei limiti, Carlo dà un suo tocco brillante anche a questo pezzo, senza buttarlo alle ortiche, ma comunicando colla sua brillantezza e col suo canto preciso e cristallino in modo perspicuo, senza finzioni. La personalità non sta nello stravolgere, alla maniera della Errore, ogni pezzo, triturandolo o strascicandolo: sta anche nel rispettarlo. Bellissimo il finale, caldo, morbido e gentile. Voto: 9

Faith: nonostante il taglio indecente della canzone, Carlo ne esce bene, con capacità, con qualche piccola incertezza quando il pezzo diventa troppo veloce (e la voce dovrebbe balbettare). Non è il pezzo più facile per una voce che manca qualche volta di agilità. Sembra fatto apposta per farlo uscire. Voto: 6

Valeria Romitelli, A chi: stridula senza necessità, Valeria strascina la canzone più celebre di Fausto Leali, facendola passare per un macinino. Troppo inutilmente sensuale, il pezzo nella interpretazione della sorella di cotanto fratello diventa una simil tragedia esistenziale, quando è solo un grido di dolore e di disperazione. Qui sembra piuttosto, come succede alla Romitelli ogni due per tre, una enorme e gigantesca sega mentale, proprio come quelle che Valeria conosce perfettamente, quando gioca a fare l’innamorata del Pulli. Se poi qualcuno ha anche l’ardire di dire che è intonata, gli consiglio davvero di cambiare orecchie. Voto: 4

Sway: l’avremo già sentita trentamila volte quest’anno. A Valeria riesce meglio di quanto non le sia capitato stasera. Le note non ci sono nemmeno tutte. Troppa recitazione, a sproposito, e poca voce, soprattutto perché la canzone non è sussurrata, nemmeno nell’originale. Sembra che la Pulli sia diventata una Gerardo al femminile, sempre che l’originale lo possa consentire. Voto: 3

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