Gerardo Pulli,Certe notti: finge un problema audio perché non sa bene dove prendere l’attacco. Il resto è la solita farsa con l’aggravante che l’interpretazione è esattamente uguale a quella di tutte le altre volte che ha cantato. Da calare un velo pietoso sul finale, che definire stonato è poco. Non c’è niente da salvare in questa esibizione, nemmeno la padronanza del palcoscenico. La confusione con cui ha affrontato il pezzo si riverbera perfino sulla sua presenza fisica, che appare claudicante, come se volesse fare qualcosa, ma, non sapendo bene cosa, si aggirasse tipo fantasma. voto: 0 spaccato.

Io che non vivo: no, no, no. Io amo questa canzone e amo immensamente Pino Donaggio. Sentirla massacrata in questo modo mi fa inorridire. Tra l’altro, non è un brano di grandissima difficoltà. L’estensione è quella che è: ritmicamente è delicata e posata. Usare come fa quel fedifrago che si fa definire cantante dalla Maionchi continuamente il ritardo sull’attacco è talmente schifoso che fa stare male.

Claudia Casciaro, Everybody needs someobody: il pezzo s’adatta benissimo alla voce paperina-peperina di Claudia. I coristi vanno per i cavoli loro, senza darle proprio una mano, soprattutto quando a farle il controcanto c’è una voce bassissima che appena si sente. Grazie al Cielo, la Casciaro ha molto da offrire in questa prova, anche quando tira fuori la voce meravigliosamente nel finale. Da notare che, mentre l’orchestra smette (prima del tempo), lei continua insistendo in un acuto particolarmente in palla. Voto: 8

Io che non vivo: si domina perfettamente. Poteva esagerare con i suoi mezzi vocali e invece resta nello stile e sfodera una voce invidiabile, precisa, potente, ma soprattutto interpretativamente di valore. Una prova eccezionale (seppure con qualche piccola difficoltà di intonazione, leggerissima), forse la migliore da quando è ad “Amici”. Voto: 8+

Summertime: non sono d’accordo (nemmeno con Claudia) sul fatto che la prima esibizione fosse così scadente. L’inizio era prezioso e commovente, come la sua voce può fare. Coruzzi faceva meglio a stare zitto, come d’altra parte in altre occasioni, quasi tutte a dir la verità. Voto: 9 (per come poteva essere fatta)

Carlo Alberto Di Micco, Perdere l’amore: leggero come una farfalla, con un’emissione di voce quasi flebile, con qualche colore blues, ma senza esagerare (la canzone è troppo italiana), fa benissimo la scala d’intensità (quando la canzone passa nel giro di mezza battuta dal pianissimo al fortissimo) che lo porta alle altezze inarrivabili di Ranieri. Si contiene, e anche qui lo fa con grande sensibilità, nel finale, che il pubblico, anticipandolo, poteva rovinare. Voto: 9

Valerie: canta dopo un malore, ma lo fa con grande precisione e molta correttezza. Fa una bella figura, senza strafare: però, si vede che è appena uscito da una piccola, grande paura. La versione non è quella originale dei Zutons, che era meno melodicamente impostata; c’è però un tocco di grazia che davvero fa bene al cuore in tanto strafottente (s)vocio. Voto: 7

Ottavio De Stefano, Perdere l’amore: troppa rabbia nell’incipit per una canzone non da indignados. Ranieri era un’altra cosa: d’altra parte, la troppa enfasi non fa bene nemmeno all’intonazione che risulta, come al solito, malandata. L’acuto finale non è dominato, come dovrebbe, soprattutto verso il fondo, quando è evidente che l’emozione (rabbiosa) prende il controllo della voce. Voto: 6 1/2

Meglio stasera: troppa enfasi ancora, troppo convinto, qualche volta occorre anche moderarsi, soprattutto se altrimenti si rischiano costantemente imprecisioni e piccole défaillance. Voto: 7

You are the sunshine of my life: l’inglese è da rivedere. Finalmente, però, Ottavio è più aderente allo stile della canzone, finché non ritorna a gesticolare e ad arrotare troppo la voce, quando il pezzo è invece dolce e sereno. Forse una delle canzoni meno adatte a quel piglio aggressivo che come al solito lui mette. Stavolta, almeno l’intonazione non è delle peggiori. Voto: 7+