Dopo una notte passata onestamente a rimuginare, in questa mattina che mi trova un po’ obnubilato, vorrei tentare di essere il più oggettivo possibile e non farmi prendere da una insolita dose di emotività. Ieri notte, a mezzanotte e mezza, naturalmente, per la prima volta in tutta la puntata di “Amici” mi sono davvero emozionato ad ascoltare “Il sole è contro me”. Ho avuto tanta commozione che mi sono messo a piangere: quello che sentivo era il Valerio che conoscevo e che avevo sentito poco durante quest’edizione della trasmissione. E solo il fatto di riconoscerlo, potente e commovente, mi ha fatto tanto bene. Devo dire che l’uscita successiva non mi ha colpito tanto: d’altra parte, sembrava tutto già scritto.

Ciò che invece mi ha rimescolato le membra, tanto da sentirmi nuovamente afflitto, è stato ciò che è successo immediatamente dopo: le parole che Valerio rimandava, i ringraziamenti sinceri, il suo pianto da uomo, non da ragazzino come l’ha voluto far passare Maria – la sua voglia di liberazione, il desiderio di andarsene lontano, la sicurezza di essere al di sopra degli stupidi giochi di potere dei quali troppo spesso, a discapito del merito, sono intrise le manovre delle case discografiche.

Cioé, e forse dirò qualcosa che non troverà un coro unanime di consensi (d’altra parte, subisco il fascino di quel bastian contrario di Valerio – l’idea di essere minoranza, o meglio opposizione, è mia caratteristica precipua), non è stato tanto umiliante il fatto che Valerio sia uscito da “Amici” (io lo definirei piuttosto una medaglia al merito), ma quel che davvero non riesco a digerire è il modo.

Fosse uscito anche alla prima puntata, ma non fosse stato inseguito dalle polemiche, sarei stato perfino contento. Avrebbe avuto l’occasione per cantare, e cantare bene – avrebbe avuto l’occasione di raccontare parte del suo mondo coram populo (uso il latino, perché non credo che Dondoni mi legga). E forse non sarebbe stato devastante (né per lui né per me) fuggire dal programma, in un coro unanime che dicesse (anche ipocritamente, com’è successo con la Ammar): “che peccato”.

E invece questa sua uscita, rimandata il più possibile, viene alla fine di una lunga teoria di cattiverie gratuite, di staffilate fastidiose, di odiosi proclami anche di coloro che, in teoria, dovevano essergli più vicini – in primis, e lo dico con tutta l’onestà di pensiero che mi contraddistingue, anche se forse, per ragioni di opportunità, non dovrei nemmeno osare scriverlo, Alessandra Amoroso.

E’ il modo che ancora offende. Che “Amici” fosse telecomandato, è una verità talmente autoevidente che nessuno potrebbe dire il contrario. Ma c’era davvero bisogno di indurre questo ragazzo al pianto? Ma c’era davvero bisogno di mortificarlo, sempre e comunque, di dargli addosso tra twitterate maligne e mossette?

Valerio (e nella stessa misura potrei parlare anche di Marco Carta) è stato sottoposto ad un’operazione di smontaggio terribile, come se gli si volesse far pagare ogni briciola di talento che ha di più rispetto al trio delle svociate dalla lacrima facile. Ogni volta è stato boicottato, messo all’angolo, costretto alla febbre, costretto a prove non sbalorditive, perché è stato continuamente massacrato emotivamente.

Viene spontaneo, dunque, chiedersi come mai ciò è successo. Come è possibile che Platinette sia stata tanto irrispettosa, infastidente. Com’è possibile che Dondoni (e glissons sull’italiano che ha usato, o del quale ha inconsciamente abusato) una settimana prima si sia espresso in un modo e quella dopo abbia fatto marcia indietro. E non parliamo dello stesso atteggiamento di Maria, che, quando quel povero ragazzo non riusciva nemmeno a parlare, la voce rotta dal pianto, gli ha fatto anche la morale.

Lei fare la morale a lui. Hai parlato, sei stato sincero e hai fatto male. E sì, ha ragione Maria: lui ha fatto male.

Ma non ad essere sincero e a denunciare le schifezze che il programma più puzzone dell’universo ha fatto in questi mesi, ma a tornarci e a mettergli a disposizione il suo talento.