“Libera quest’anima” è il monocorde terzo* album di Antonino Spadaccino, tornato alla ribalta grazie alla trasmissione che l’aveva lanciato qualche anno fa, “Amici”, grazie alla gara organizzata l’anno scorso tra alcuni dei talenti meno promozionati delle prime edizioni e vinta da lui, forse non esattamente con merito.

Il meccanismo seguito dai giudici del tempo (Platinette e Mara Maionchi) fu assai criticato (del resto, “Amici” è da sempre una puzzoneria): la Maionchi s’era impegnata a produrre un disco a chi, tra sei cantanti scelti, avrebbe avuto più download di un proprio pezzo. La gara era stata vinta da Silvia Olari e poi interrotta e ripresa da capo. Alla fine, vincitore è risultato lo Spadaccino. Del resto, non fu data a tutti gli ex concorrenti la stessa chance: molti dei migliori rimasero fuori anche dalla prima selezione, fatta con criteri onestamente poco evidenti e solo sulla base dei gusti di Platinette e della Maionchi. Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che una dimenticata come Giulia Franceschini (che peraltro aveva smesso, grazie al Cielo, di cantare) fosse stata ripescata e addirittura accedesse alla finalina a sei, se non si tiene conto che Platinette, fin da quella edizione, s’era innamorata della sua inesistente voce.

L’occasione, in qualunque modo essa sia arrivata, non è stata sfruttata da Antonino nel migliore dei modi. Il disco è particolarmente risibile, un’operazione commerciale che si capisce solo con la partecipazione ad “Amici Big” di quest’anno, in particolare con una canzone che è stata scritta da Emma Marrone. Se fosse per la solidità di questo lavoro, quest’ultimo non sarebbe mai stato ascoltato da nessuno.

Perfino la canzone che allo Spadaccino ha consentito di rientrare nel mondo della musica che conta, “Amore surreale”, è imbarazzante per scelte musicali e testuali. Si evidenziano limiti giganteschi anche nell’interpretazione. Antonino sembra tornare ad “Amici” con più pecche di quante ne aveva quando partecipò (e vinse meritatamente) la prima volta. Rispetto a “Antonino” e perfino al meno indimenticabile “Nero indelebile”, questo disco non presenta che pochissimi pregi – giusto quello di tentare di far uscire dal dimenticatoio un cantante che sicuramente ha una voce potente. Peccato che qui, come durante tutta la sua partecipazione alla nuova edizione serale, non sfrutti al meglio nessuna delle sue qualità migliori.

Indecenti, al limite dell’osceno e della banalità imperante quasi tutti i pezzi: si salva solo “Costellazioni”, che appare una prova d’autore convincente. Il resto è spazzatura, anche se dispiace molto doverlo dire. E non si vede come nessun critico finora l’abbia ancora detto a chiare lettere.

Costellazioni: testo molto bello e divagante, come la voce che l’accompagna. L’atmosfera è vagamente hawaiana, come se si fosse su una sponda del mare ad aspettare il sonno che arriva. Onirismo, forse anche troppo: il rischio è di addormentarsi nei propri sogni. D’altra parte, la canzone è piuttosto interessante e il timbro particolare di Antonino ci sta benissimo, anche se non c’è esplosione da nessuna parte (o meglio quando c’è, nel finale, non ha nessun senso stilistico).

Pioggia cadrà: l’inizio classicheggiante è in contraddizione col resto della canzone, particolarmente noiosa. Ovvietà clamorose, quando la canzone continua a insistere sui futuri in -à. Il tedio la fa da padrone nel ritornello: “come un graffio nel sereno” fa tanto Baglioni (o forse addirittura “La forza mia” di cartiana memoria – almeno lì era un vero e proprio omaggio). Si è generosi a definirla una canzone – sarebbe meglio dire che è quasi inascoltabile. Il finale, tra l’altro, è tutto sforzato: Antonino nemmeno ci arriva e inevitabilmente finisce per essere poco incisivo (“Pioggia cadrà/ e la luce sarà più vicina/ ed eccoci qua”, onestamente da un paroliere ci si aspetta qualcosa di meglio).

La lontananza: qualche tamburo fa molto tribù africana, mentre il simpatico inizio (“se… dimmelo” ripetuto quindicimila volte) ricorda il peggior Antonacci dell’Errore. Musicalmente osceno, il pezzo racconta, a quanto sembra, un rapporto difficile che s’è chiuso: quando si apre, nel ritornello, ci si perde in passaggi tutti a vuoto. Imbarazzanti i versi: “è solo il brivido/ di un eterno abbraccio/ che affonda nel corpo/ e stringe anche il cuore/ e dallo star male tanto/ un giorno ti vedrò arrivare”, dove la sintassi diventa eccessiva pretesa, evidentemente. Quando poi Antonino grida: “apri la porta/ fammi entrare”, viene da rispondere: “lui rispose di no”, tanto per allegramente ricordare una canzone un tantinello inflazionata, e qui imitata con una scelta assurda.

Se tu mi accoglierai: ogni tanto chi scrive non ha il senso della vergogna. Ma come si fa a far cantare a quel poverino dello Spadaccino versi come questi: “Come un manifesto immenso/ sei apparsa e d’improvviso in me”, ma che razza di similitudine è questa? Che c’è di paragonabile tra un manifesto (absit iniuria verbis) e una donna? Si fan vedere sulla pubblica piazza? O sono entrambi colorati? O fanno pubblicità? Fossi in Antonino, mi vergognerei a cercare di dare senso e nobiltà a una fetenzia simile. Perché dire che questa sia una canzone (tra l’altro senza alcuna linea melodica, con un arrangiamento che sembra scritto da un sordo) sarebbe almeno illogico.

Libera quest’anima: siamo di fronte al tentativo di portare la dance elettronica nella lingua italiana, col fatto che si deve cercare una rima facile (in questo caso in “te”). L’esperimento, verrebbe da dire, è miseramente fallito. La canzone non prende mai, la voce di Antonino è sottoutilizzata, il testo è talmente idiota (spiace non trovare un’altra aggettivazione) da sembrare quello di una filastrocca da bambini, coll’aggravante che è presentato come qualcosa di serio. Momento clou: Antonino imita un coguaro (“ah uo ah ieo/ ah uo ah ieo/ ah uo ah ieo/ ah uo ah ieo”). Lo fa anche bene, tra l’altro. Forse come rumorista ha anche un futuro.

Ovest: snervante il fatto, ancora una volta, di insistere in rima su tutti pronomi personali. Il testo è ondivago nel senso peggiore, nel senso che accumula immagini senza significato nella loro organizzazione. Da notare: “in quel sogno d’agosto/ nel mare nascosto”, con una rima che pare almeno almeno un po’ imbarazzante. Tra l’altro siamo alle solite: ancora un’estate, ancora un ricordo, ancora una storia che finisce, ancora il mare. Si vede che gli autori hanno individuato un filone e lo seguono. Poi, sticavoli, chi ascolta mica starà a guardare tutti questi dettagli.

Ritornerà: continua la tattica del recupero dei grandi titoli del passato. Qui, però, si esagera: “Ritornerà” è un giochino squallido di ammiccamenti, ancora sulla solita storia di una coppia che si separa e che però chissà come mai “ritornerà”. Clamorosa la rima “fortuna/ luna”. La usava Cutugno nell'”Italiano”. Erano gli anni Ottanta. Dite a chi scrive che è passato nell’intanto qualche decennio.

Chi sono: il pezzo racconta di una perdita d’identità, ma costruito con fretta arriva ad affastellare versi tutti uguali. Il ritornello (“Chi sono, com’ero?/ se mi ritrovi lo sai”) è veramente sgradevole, per via del livello elementare dell’italiano. Un tema come quello scelto non può essere derubricato con un lessico da pensierino. Tra l’altro, la voce graffiante di Antonino è qui anche divertita, senza pathos. Che c’entri questo sorriso continuo, è difficile dire.

Amore surreale: il protagonista è in difficoltà con la donna amata (o l’uomo, chi lo sa), che sembra esistere come no. Allora decide di andarla (o andarlo) a cercare un sabato sera. La domenica lo permette, evidentemente. La storia fa acqua da tutti i lati. Le scelte linguistiche non sono di certo di livello: faccio notare il nesso “mio amore sovrano”, fatto apposta per rimare con “mano”. Faccio sommessamente osservare, dunque (e nel contesto ha un senso allusivo), la rima in “ano”. Ecco, è proprio una canzone adatta.

Resta ancora un po’: il tentativo della paroliera Emma Marrone è riuscito a metà. Qualche verso è anche apprezzabile (“scrivo l’ultimo soffio di voce”), altri sono piatti e monotoni, come del resto il tema strausato dell’amore altalenante. Che sia dedicato a Stefano, prima della storia con Belen, visto l’uso tragico del gossip da parte della Marrone, è, se possibile, un’altra ragione per parlare male di lei e del pezzo. Antonino ci si adatta abbastanza bene, ma musicalmente risulta monotono e monocorde. Una prova decisamente sotto tono.

(*) Rispetto al precedente “Costellazioni”, pubblicato nel 2011 e rivelatosi un flop, questa nuova prova è al massimo da considerare una riedizione, con l’aggiunta di tre inediti: “LIbera quest’anima”, “Resta ancora un po’”, “Ritornerà”.