La sesta edizione di X-Factor sembra sia una pena atroce. I meccanismi sono talmente noiosi che perfino i quattro giudici sembrano lottare contro le loro stesse idee. Morgan, addirittura, sembra voler emozionarsi a comando, tanto per sostenere gli sgallettati che ha nella sua simpatica squadretta. Non parliamo di Arisa, che ha raggiunto l’apice dell’orrore quando ha paragonato una cantante di cui non ricordo il nome (ma della quale, invece, ricordo perfettamente le stonature) a Mina, sostenendo che quest’ultima ha trovato la sua degna erede, anzi un’epigona migliore di lei.

Un po’ come dire che Emilio Fede è un giornalista migliore di Enzo Biagi. Ci vuole proprio coraggio.

Ci vuole proprio coraggio anche a definire i fenomeni da baraccone scelti quest’anno cantanti. I due Frères Chaos, ribattezzati simpaticamente Fratelli-Morte, sembrano usciti da un cimitero di provincia, gentili zombie dalla vaga aurea pedo-erotica, al limite del pansessualismo incestuoso. Ics, poveretto, in teoria dovrebbe fare il rap, e per carità è anche bravo, ma aiutarlo non si deve: la sua funzione dev’essere, nello spartito del becerume, quella del pagliaccione. Altrimenti, non si capirebbero certi filmati, mandati in onda giusto per dargli addosso, non certo per renderlo più credibile.

E poi, tra tutte le piccole voci e le ancora più piccole personalità, svetta, più per demerito altrui, Chiara Galiazzo. La gente le sta facendo intorno una pubblicità che nemmeno i Queen. Uno entra in facebook e tutti a parlare di lei (chissà quanti pagati, in nero, da una casa discografica qualunque – a me tra l’altro viene anche alla bocca un nome che, per carità di patria, non farò).

Un povero cristo come il Rembò di queste pagine si incuriosisce e si dice: “si vede che, quando ho sentito tutta la puntata di “X-Factor”, mi sarò addormentato mentre cantava questo genio della musica leggera”. E allora, con la sana curiosità e anche pregustando l’incontro con questa magica voce, il suddetto si muove tra video di youtube postati dai fan e commenti esaltati e esaltanti.

E sente, risente (perché il primo ascolto è sempre poco veritiero) e, poi, risente ancora (perché ci si deve abituare ad una voce che non si conosce e magari la canzone non ti piace e magari con un’altra cover è tutto un altro discorso etc. etc.). E lo fa con tutta l’onestà possibile di cui è dotato.

Ma, alla fine, il suddetto (che poi sarei, nella fattispecie, io) si arrende: dov’è ‘sto gran talento? Dov’è questa voce micidiale? Dov’è l’acuto che destabilizza? Il cuore che si muove da solo lungo l’abisso? Il miracolo incarnato? La straordinarietà?

Sicuramente non c’è nella resa, particolarmente poco commovente, di una canzone invece tanto commovente come “I want to hold your hand”, diventata nella versione della Galliazzo un miscuglio di pop senza presa, tutta sorridente, mentre l’originale è tutt’altro (e il testo invita ad altro spessore), e addirittura con l’inciso là dove si dice “I can’t hide” sparato oltre il limite consentito di decibel.

Sicuramente non c’è nell’opacità di una “Over the Rainbow” tanto leggerina da neppure essere percepibile, dietro il banjo zompettante che la sovrasta: per tacere dell’abito bianco da fatina dai capelli turchini, la solita invenzione del genio del direttore artistico, la quale vorrebbe essere favolosa, ma è solo un pugno nell’occhio. Così come la strofa anche qui gridata senza necessità, trattandosi di una canzoncina che ha bisogno di una voce meno pastosa.

E che dire della “Purple rain”, inframmezzata da voci al megafono (il che fa tanto Marco Mengoni), con i bassi sfrangiati e quasi inascoltabili?

Solo “The final countdown” nella tango-version morganiana ha una sua credibilità. Ma è troppo poco, forse, non tanto per vincere un X-Factor popolato sulla scena da mezze figure di contorno, quanto per essere credibili al di fuori, magari sul palco di Sanremo, dove già la Michielin ha fatto la sua poco gradevole apparizione.

La Galiazzo, sia detto per giustizia, sicuramente è una mestierante precisa, con diverse qualità, perfino con personalità, ma di certo le sue prove durante la trasmissione non sono per nulla esaltanti o commoventi o stravolgenti come s’è fatto credere per mesi a chi, grazie al Cielo, non ha potuto o voluto seguire X-Factor.

Con questo timbro, per niente originale, di voce e con queste qualità, in Italia abbiamo coriste di maggiore personalità. E, se proprio devo ammettere nell’olimpo delle voci più geniali una Chiara, allora mi viene in mente la Civello, che almeno ha un suo genere, il jazz, e una sua personalità anche autoriale.

 

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