Ics, “Malarazza” (Domenico Modugno): nella prima parte cantata, la voce difetta, manca il fiato. Poi, nel ritornello, gli fanno fare anche la tarantella e lo sbandieratore, giusto perché così respira meglio. Forse un cantante è altra cosa, ma, non fosse stato per tutta la coreografia, forse Ics avrebbe fatto una figura perlomeno un pochino meno disgustosa. Il tutto sembrava, infatti, un tentativo di fare eliminare il poveretto, e mandarlo immediatamente dopo ad una sagra della salciccia qualunque.

“Vengo anch’io. No, tu no” (Enzo Jannacci): bella verve, interessante ritmicamente, l’interpretazione di Ics sembra nel solco della tradizione, ma comunque è a suo modo originale. Fa diventare il pezzo satirico del grande Jannacci nuovo e molto caparezziano, come ha acutamente notato Arisa.

Davide Merlini, “Apologize” (Timbaland): è il più bello e non lo sa. Finché non lo capisce, è salvo. Poi (e capiterà), diventerà un cantante qualunque. Per ora almeno ci mette l’impegno. La voce c’è ed è grezza, talora imprecisa; l’inglese è, invece, uno splendido sconosciuto. Ma posso capire le sgallettate che si perdono nel suo bicipite. L’ho sentito cantare meglio, ma anche peggio: stavolta, tutto sommato non fa così schifo, nonostante un pezzo noioso e prevedibile, che avrà anche milioni di appassionati, come dice la Ventura, ma è una tavanata galattica.

Frères Chaos, “Pensiero stupendo” (Patty Pravo) e “Celebration” (Madonna): in genere lei canta discretamente, stavolta è senza voce. Lui sembra quasi migliorato, nel confronto. La canzone, invece, smashata con un pezzo di Madonna, è oscena: non serve la coreografia orgiastica a migliorare la situazione. D’altra parte, cantate voi a testa in giù, spantegati su quindici ballerini diversi etc. Morgan li chiama “cantanti astratti”. Forse sarebbe meglio definirli solo “astratti” e basta.

“Inside the world” (Whomadewho): i fratelli caotici lasciano il programma forse con la loro interpretazione più coerente. Per fondere meglio le loro due voci, occorrerebbe forse però una maggiore tecnica. La canzone è inutile e anonima, l’interpretazione la riscatta perlomeno in parte.

Cixi, “La solitudine” (Laura Pausini): comincia collo sfaldare i finali di verso, tanto per essere brava. Poi, si riprende, ma l’intonazione e la precisione sono un’altra cosa. “La solitudine” è una canzone semplice e tranquilla, ma assai complicata soprattutto per quanto riguarda i respiri: qualcuno l’avrà fatto notare alla patatona? Mi sa proprio di no. La nuova versione dancizzata è, invece, alquanto ridicola. Che, poi, si sputi sopra “La solitudine” senza saperla cantare (giusto, Morgan?), è francamente fastidioso.

“Right to be wrong” (Joss Stone): un’altra scelta poco comprensibile. Non è la canzone più bella della Stone (ha un testo che definire tale è impossibile), è costruita su una linea melodica poco originale. Interpretarla senza sembrare idioti è già un bel passo avanti: crederci, come fa Cixi, è anche troppo. Nessuno può credere veramente in una gigantesca follia come questo coacervo di note e parole. La giovanissima, però, è abile nella finzione: sembra essere perfino più matura di quello che è, nonostante tutto. Che poi non abbia chiavi interpretative fondamentalmente diverse, è un’ovvietà che Morgan poteva anche risparmiarsi.

Daniele Coletta, “Sei nell’anima” (Gianna Nannini): qualche sbavatura (soprattutto tra le primissime note), ma nel complesso una prova interessante. Forse il look troppo sbarazzino, magari anche la bellezza del biondarello non ne aumentano la credibilità, ma ha un buon controllo della voce e un timbro assai interessante. Si difende bene nonostante il pezzo strappa-voce, bastardissimo e difficile da controllare.

“Walk” (Foo Fighters): si muove bene anche nel rock duro dei Fighters americani. Interpreta con grande forza e intensità. Forse manca di personalità e sentimento, ma pure con entusiasmo e ingenua immoderazione.

Chiara Galiazzo, “Alabama Song” (Kurt Weill): sconcertante, ma intrigante, come il pezzo che le tocca di cantare, con tutte le sue ascendenze letterarie. Meglio all’inizio che alla fine, quando il ballerino-Charlie Chaplin le fa perdere concentrazione.

“You do something to me” (Paul Weller): l’interpretazione è ancora nel suo stile, non tanto in quello richiesto dalla canzone. Nel punto più complicato della canzone, tra una strofa e l’altra, le manca il fiato e parte del testo finisce inascoltato. Per il resto, l’intonazione è perfetta (ma, d’altra parte, questo è un pezzo talmente semplice…).