Davide Merlini, “Centomila parole d’amore”: il testo dell’inedito è scritto da Max Pezzali, che ha confezionato una ingenua canzone d’amore, adattissima allo spirito fragile e quasi asessuale dell’interprete, molto meglio nell’amara prima parte che nella seconda, un po’ ripetitiva. Non si capisce perché lo si debba far correre mentre canta: il fiatone si sente, anche perché la canzone è difficilotta (la strofa in particolare è tutta un’unica frase senza fiati possibili). Quando è fermo, il Merlini è bravino: certo, non ha uno stile interpretativo particolarissimo. Però, è molto meglio che alcuni altri che sono più strombazzati. Quanto al futuro di questo ragazzo, dolce e bellissimo, purtroppo sarà non di particolare successo: l’inedito, musicalmente debole e fors’anche banale, non cambierà di un’anticchia la mia profezia.

“In un giorno qualunque” (Marco Mengoni): poteva venire anche peggio, visto che questa canzone, particolarmente senza linea melodica, è tra i pezzi meno facili da interpretare. Davide, invece, coi suoi limiti, con la sua faccia pulita e gentile, con la voce squillante, sincera ed esagerata, lo fa in un modo suo, originale, senza appiattirsi affatto sulla interpretazione di Marco, che sicuramente avrà ringraziato.

Ics, “L’autostima (di prima mattina)”: costruita da Morgan, dopo anni di silenzio, per via di una telefonata mattiniera di Simona Ventura, è un pezzo atrocemente inutile. Meglio la parte rappata. Musicalmente, la canzone è anonima, senza spessore, caotica, anche se vorrebbe essere allegra e divertita, mentre è uno scherzo, simpatico volendo, ma resta pur sempre una sorta di barzelletta in rima (insomma… come barzelletta farebbe poco ridere). Il povero Ics, tutto galvanizzato dal fatto di conoscere direttamente gli autori, potrebbe riflettere sul fatto che sta cantando una gran tavanata galattica. Alla faccia dell’originalità.

“The invisible man” (Queen): energia c’è di sicuro, ma la voce latita stavolta. Gli intarsi in italiano sono la sua cosa migliore. Per il resto, molta scena, aiutata dalle scelte coreografiche, ma poca sostanza. Tra le sue prove più opache, soprattutto nella seconda parte, quando la canzone non c’è e la musica latita alla grande. Tristezza e pessimismo.

Cixi, “Non sono l’unica”: il brano, opera di Bungaro e  Chiodo, è malinconico e triste, tutto costruito sul grido di consapevolezza che dà ragione al titolo. La strofa è invece troppo grave e la voce, ancora immatura, dell’interprete non fa capire perfettamente il testo, che, però, non è così speciale, come accade invece spesso alla premiata coppia di autori (particolarmente debole il verso: “mentre rido tra le lacrime”). L’emozione le fa sbagliare uno o due acuti, soprattutto verso il finale, quando non riesce a conservare il controllo. Probabilmente, la registrazione lo renderà migliore. Forse il pezzo potrebbe avere anche un futuro, ma se sarà dimenticata la performance di questa serata di “X-Factor”.

“The message” (Nate James): bellissimo pezzo, resta tutto tra i denti della sedicenne, che gigioneggia, ma non fa sentire niente del testo e si perde anche abbastanza nel tempo. Le manca lo studio, le manca la tecnica di base: siamo al livello delle difficoltà a respirare ne “La solitudine”. Non basta il bel timbro per fare la cantante: Cixi dopo tre canzoni ad un suo concerto corre seriamente il rischio di essere completamente spompata.

Daniele Coletta, “Un giorno in più”: il brano di Gavin DeGraw racconta di un momento di difficoltà dell’interprete stesso, sconvolto per la morte di un parente. Il ritornello non è proprio geniale, come invece la strofa, che è sincera e sentita e permette anche alla voce di Daniele di esplorare la sua duttilità. Il resto del brano, purtroppo, non è così centrato. Peccato perché questo ragazzo ha un grandissimo talento e forse andrebbe sfruttato al meglio, mentre questa è una prova abbastanza senza nerbo e con una linea melodica non così apprezzabile, proprio perché apparentemente poco organizzata.

Chiara Galiazzi, “Due respiri”: canta il pezzo più pubblicizzato della storia della trasmissione, autore: Eros Ramazzotti. Morgan l’aveva già spifferato la volta scorsa, con poco fair play (emulo di Matteo Renzi?), quasi volesse smitizzare l’annuncio, o forse per qualche altro motivo. L’intelligenza di Morgan, qualche volta, dovrebbe dormire, così per noi è anche più facile capire quali siano le sue finalità. Come spesso gli succede, arrivato ad un attimo dalla vittoria e dal trionfo, Morgan è preso da una qualche invidia, per cui il brano che interpreta il suo protetto è sempre un po’ meno di quello che lui vorrebbe, è sempre un po’ troppo popular di quello che preferirebbe etc. Così capitò con Mengoni, così facilmente capiterà ora.

La canzone, invece, nonostante la presentazione di Morgan, è interessante: forse facilotti gli accordi della strofa, che è assai d’atmosfera e si apre in fondo con chiarezza. Il ritornello è molto difficile, tanto che la Galiazzi lo stona tutto completamente nella prima esecuzione; meglio la seconda, che è dissonante solo nel modo giusto. Il pezzo ha anche lo special a finire nuovamente nel ritornello. Questa voce, però, è troppo uguale a se stessa, mentre le atmosfere delle due parti della canzone sono assolutamente diverse. C’è un deficit probabilmente di comprensione profonda del testo. Peccato. Sicuramente la canzone avrà successo: è la più semplice da capire, quella che su disco finirà per essere migliore di quanto non sia stato in puntata, davanti alle telecamere.

“L’amore è tutto qui” (Piero Ciampi): la canzone è relativamente facile. Lei l’interpreta così, senza infamia e senza lode. L’originale ha una profondità diversa: le parole sono legate ad un’epoca e a uno stile che la Galiazzo non sa rendere in nessun modo. Soprattutto l’urlo liberatorio su “Non sono morta e tu lo sai” è assolutamente fuori contesto, anche perché altrimenti non si capisce la successiva dichiarazione: “il dolce non lo mangi mai”, che sembra fuori luogo così come l’ha cantata la Galiazzo, mentre non è come l’ha posta Ciampi a suo tempo. Trovo assurdo che di questa cantantina bravina nell’intonazione si sottolinei una magia che onestamente nemmeno in trenta dischi suoi farebbe capolino, vista la sua abitudine a cantare sempre e solo nel suo stile.