Io non c’ero. Purtroppo. Come non ci sono stato quando il tour di Valerio ha sfiorato per un attimo la città dove vivo e non sono potuto esserci, perché ero alle prese con altri dolori che la musica non avrebbe potuto sanare.

Ma ci sono stato oggi, tra i video postati (chissà, forse alla chetichella) dai molti fan che erano presenti. E ho visto e sentito. E oggi per una volta vorrei parlare da fan, senza esserlo.

Ci sono stati momenti in cui ascoltare Valerio cantare è stato come commuovermi per il mio primo bacio. E lo so: sono un esagerato, sono forse anche uno stupido, ma la mia impressione è che non sia stato un concerto come tanti, perché quel che è avvenuto ieri nell’Auditorium di Roma è stato “qualcosa” di nuovo e diverso e di immensamente emozionante. Forse è stata la scelta delle cover, forse è stata la scelta di pezzi che Valerio sentiva profondamente dentro di sé, non so cos’altro: forse è stata anche la sua immensa bravura.

Ma stavolta (e ne parlo da profano dei suoi concerti dal vivo) c’era sicuramente anche qualcos’altro: una magia che anche le ospiti, graditissime, Silvia Olari e Spagna, hanno captato, parlandone qui e là, attraverso i mezzi che hanno scelto per farlo.

La magia di una tristezza e di una malinconia forte e virile, esaltata da una vena di intensità, che è percepibile perfino a distanza di tempo e di spazio, perfino da chi non era lì e non ha potuto vivere l’ondata dei sentimenti, la quale, immagino, per me, che vivo allegramente un momento forse non proprio felice, sarebbe stata devastante.

Quasi quasi mi sorprendo a pensare che è un bene che non ci fossi: avrei pianto tutto il tempo.

Ho visto un Valerio più maturo, un Valerio cresciuto improvvisamente: lo descrivono pieno di sé, a me è sembrato pieno di musica e pieno di quella sofferenza d’arte della quale ho parlato tante volte e che me lo fa sentire così vicino. Non sembrava avere vent’anni, sembrava essere tutto d’un colpo adulto, con una ruga d’espressione che gli solcava il bel viso, non quella del cantante che sale sul palco per pubblicizzare il suo nuovo disco e magari si concentra per arrivare all’acuto, ma quella di qualcuno che vive totalmente di quello che canta, che addirittura vive per cantare, forse senza nemmeno chiedere all’arte se non il fatto di poterla esprimere.

E a pensare al ragazzo che spaurito finiva quasi inghiottito dal palco di Sanremo nemmeno tre anni fa mi chiedo com’è possibile che il mondo abbia preso Valerio e l’abbia fatto crescere così tanto, così troppo, forse.

Mi fanno sorridere, ora, quelli che, senza ascoltarlo o senza “sentirlo”, si arrogano il diritto di offenderlo, di violarlo, o quelli che gli chiedono maggiore serietà.

Io ne vedo fin troppa dentro di lui.