Chi leggerà sa che io non sono mai stato tenero verso il talento acerbo del Nunziante di tanti anni fa. Anzi devo dire di averlo demolito. E, nonostante la mia parziale palinodia di quest’oggi, continuo a credere di aver avuto ragione.

Il tempo, però, è galantuomo e stavolta, complice la collaborazione con Mango, Mario torna e (mi) stupisce con un bellissimo inedito, che dà il titolo al suo nuovo album (che non ho ascoltato, lo dico per onestà intellettuale) e che presenta, naturalmente, nel finale la partecipazione straordinaria come corista di Mango stesso, in una performance favolosa.

La canzone è effettivamente interessante. Melodicamente perfetta, esalta con parole ben scelte una situazione amorosa relativamente banale, ma qui espressa con grande precisione: si parte da una notte piovosa, nella quale il protagonista si muove, per strade silenziose, pensando alla sua amata, che se n’è andata, evidentemente. Se il giorno che finisce ricorda la normalità di quel rapporto chiuso, tutte le abitudini sono ancora rimaste: l’impressione è però che tutto sia cambiato. La stessa notte, che incoraggia i ricordi, “è più vicina/ al male che mi fa”.

Eppure per rimettere le cose a posto “basterebbe una parola,/ basterebbe almeno un’ora/ con la tua bocca,/ con le mie mani”. L’amore come antidoto alla depressione: l’amore anche temporaneo, un piccolo tremito, una voce, che però non c’è. Le nostre vite, dice il poeta, sono “artificiali” e perciò anche la nostra voce s’è persa, è anch’essa “senza voce”.

Un paradiso che è solo immaginato fa da sfondo ad un tentativo prezioso di raccontare, senza infingimenti, un amore che invece sembra finto e forse perfino di plastica.