“Controvento”, la canzone che ha appena ieri vinto il festival di Sanremo, lascia il suo ascoltatore perplesso su alcuni passaggi che sembrano completamente fuori senso, come quel “lo so, me lo ricordo bene”, quando proprio poco prima apparentemente la stessa voce ha sostenuto esattamente il contrario, e cioé “e tu non sai il perché”.

Non è questa una stortura grammaticale, o una di quelle contraddizione tanto tipiche nelle canzoni, soprattutto quelle sanremasche. E’ che “Controvento” dev’essere immaginata come un dialogo tra due voci.

Il suo autore, il talentuosissimo Giuseppe Anastasi, vi fa scivolare surrettiziamente (e forse nemmeno Arisa, che splendidamente la canta, se ne sarà accorta) una folle dichiarazione d’amore per la donna con cui ha diviso una vita, anche artistica, e che ora non è più sua.

Quella voce che resta accanto a chi sta male, quella stessa persona che cantava appassionatamente ne “La notte”, l’altro pezzo di Anastasi presentato l’anno scorso a Sanremo e ingiustamente finito al secondo posto, è proprio l’autore. E’ lui che viaggia “controvento”, è lui che “ci sarà”, è lui che cercherà di stare vicino al dolore e alla depressione.

Il vuoto che abita la vita di chi non sa più che soluzioni adottare, di chi si sente il mondo contro, non è colmabile in nessun modo, nemmeno con le parole (“non parlerò/ se non ne avrai bisogno”): forse il mal di vivere non passerà, non c’è soluzione né cura, non c’è modo di ucciderlo (“risolverò/ magari poco o niente”).

Ma resterà la testimonianza di chi vuole aiutare. Resterà il viaggio, metaforicamente inteso come il percorso comune e che continua nonostante tutto: resteranno il cuore e l’affetto come antidoto alla sofferenza.

E in questa dichiarazione, così sottile, e d’altronde cantata da lei con la voce di lui, in questo gioco di specchi, per cui in realtà l’autore risente comunicato il suo pensiero attraverso proprio quella persona alla quale il messaggio è rivolto, anche noi che viviamo il nostro tempo, e sentiamo “sofferenza e lamento”, possiamo trovare consolazione del fuoco che brucia nelle nostre vene.