“Dormi” è l’anafora che guida tutto il senso del testo di questa nuova canzone di Valerio Scanu. L’invito rivolto alla persona amata la mette al centro di tutto un mondo di emozioni mute e ciononostante più forti e intense che se fossero espresse a vive parole. Non a caso le si chiede di dormire “senza parole”: tutto dev’essere istinto e cura, in questo cullare che è canto e amore insieme. Si intuisce anche perché si insiste tanto sul fatto che ora “è bello guardarti”: è perché il contatto che si crea tra queste due anime è diretto, non ci sono preoccupazioni intermedie, non c’è nemmeno il dolore (eppure evocato), se non trasformato in una sottile nostalgia che, invece di allontanare, avvicina.

La veglia, in questo contesto, significherebbe invece indossare vestiti e metaforicamente armi “che possano farmi male,/ farmi andare”, come si aggiunge in una autoconfessione terribile e graziosa insieme. Sembra un canto innocente, ma non è innocente quest’amore che distrugge: non è innocente nemmeno la persona amata, che è pervasa da paure e tormenti, che suscita il nervosismo dei “denti stretti” e il dolore delle “lacrime amare”. Il sonno dà l’illusione alla voce parlante di poter graffiare tutte le sovrastrutture di un rapporto difficile, e quindi così alleggerire le ansie di un dolore “che non va più via” e che pure è il centro di tutta la relazione.

Ed allora ecco perché la persona amata deve dormire, anzi lo deve fare il più possibile, e, se può, sognare e non considerare la voce che la culla e la tiene accanto a sé; ecco perché quest’ultima non può svegliarla, perché il dolore tornerebbe ad esaminare le idee, a ritagliarle, a spezzettarle, a comporre e scomporre – alla ragione che dà il senso di questo mondo romantico si preferisce qualcos’altro, la sensazione del respiro, lo sguardo che non si preoccupa, la vita che scorre e prende quel che di buono c’è.

“Dormi” sembra davvero una canzone innocua, nella tradizione delle tante ninna-nanne scritte dai musicisti italiani, mentre essa è tutta giocata sull’inquietudine negata, sul dolore a mezzi toni, sul contrasto con il giorno, nel quale il contatto pelle a pelle tornerà ad essere invece amaro, come l’amore che all’amaro è sempre collegato, come sottolinea la paronomasia.

A testimoniare la leggerezza di questo istantaneo momento di felicità le stelle che brillano nel cielo. Niente occhi, nessun pensiero, nessuna lacrima, ma solo la sottile eco di un dolore che è amore, il dolore dell’assenza nella presenza, il dolore della mente che tace, ma si tormenta, anche se il motivo di farlo sembra apparentemente perso.

Tutto è bello in questa notte di sogni ardenti. Tutto è bello nella voce d’angelo, quella di Valerio Scanu, che ci comunica, ancora una volta, tante sfumature di un rapporto al limite, oltre il convenzionale. Non siamo di fronte alla solita ninna-nanna intessuta di sdrucite parole d’amore, ma ad un sottile capolavoro di mezzi toni, di nuance che lasciano l’impressione ambigua di poterle comprendere, ma in realtà senza penetrare pienamente nel loro magico e inafferrabile significato.

Appassionante è la capacità intima di Valerio, che nel suo alternare i registri alla pianissimo (nel momento del contatto con l’altra anima) e quelli del drammatico fortissimo (nel momento della propria autocoscienza) si rivela ancora una volta interprete non solo raffinato, ma anche filologicamente perfetto.

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