Tra le serie più longeve, “GG” mette in scena le vite strampalate ed eccessive di un gruppo di teenager privilegiati, figli e figlie di papà, scimmiottanti le piccole e grandi storie dei propri genitori. Tra droga, alcool, lusso spropositato, difficoltà emotive e relazioni instabili, i protagonisti dell’Upper East Side si mostrano esattamente come sono – alla fine, solo infanti cresciuti male, troppo viziati dalla loro condizione, incapaci di cambiare idea, incapaci di comprendere il mondo che va oltre i loro stessi nasi e non si esaurisce nei loro cristallini bicchieri di Martini.

Ecco che, però, gli sceneggiatori aggiungono, rispetto ad altre narrazioni simili, un elemento: quello della lotta di classe, incarnata proprio dalla voce anonima, cullata dalla rete, di “Gossip Girl”, il sito di pettegolezzi che mette alla berlina i loro insuccessi, che deride le loro debolezze, che svela i retroscena e li fa rabbrividire di piacere o di disperazione. Intorno ai suoi post, tutti conditi con il veleno della maldicenza, emerge così tutta la voglia di apparire di mille altre comparse, la tremenda vox populi che con la scusa di raccontare la verità cerca di fare del male ai propri beniamini, proprio a quegli stessi che tenta di spodestare e poi sostituire.

Che poi questa voce sia incarnata, come si intuisce solo dal finale, dalla penna urticante di Dan Humphrey, è solo la prova che da questa lotta di classe si esce non con la rivoluzione, ma con la cooptazione. Dan, che è figlio di un ex rocker ormai in bolletta, odia l’Upper East Side, lo deride nei suoi libri di successo, ne mette più volte in difficoltà gli abitanti, senza avere riguardo né per se stesso né tanto meno per i suoi familiari, compresa la sorella, che anzi collabora con lui.

Eppure, alla fine, quel mondo di lustrini e paillettes lo attira clamorosamente: quel che fa, tutto quanto, ha come finalità ultima quella di entrarvi, anche se lo dovrà fare dalla porta di servizio. La sua lotta di classe, alla fine, finisce sminuita dal desiderio di fare parte di quella schiera di stupidi privilegiati, tutti assorbiti da pensieri insulsi e da sentimenti di cartone. Per Dan vale la pena di metterli alla berlina, ma solo per poter dimostrare al mondo d’essere come loro.

E’ il suo sogno americano – quello di perdersi tra gli abiti attillati e i tacchi spropositati, e peccato se ad andarci di mezzo è la sua stessa onestà, o il suo buon nome, o se nel viaggio ha perso di vista i veri valori della vita. Tanto, lui ha una buona scusa: è innamorato di Serena van der Woodsen.

Eppure, tra tutti i viaggi della mente, Dan ha perso l’orgoglio della sua penna, ha perso l’occasione di essere davvero scrittore e, in quanto tale, di guardare la realtà dal suo obiettivo personale, senza mescolarsi a quelli dei quali parla e che spesso deride, togliendo loro la maschera.

Alla fine, se Blair è solo una moretta pseudo-innamorata del suo diabolico carceriere, se Serena è solo una biondina che alterna droga e vodka, instabile quanto una banderuola al vento, se Nate è solo un leggero biondino che fallirebbe miseramente in tutto, se non fosse per la famiglia e per le sue entrature, Dan, che nel frattempo ha fatto tutte le scelte all’apparenza peggiori, entra correttamente nel loro novero – diventa un altro “Upper East Side” pieno di sé, al massimo solo più furbo di tutti gli altri.

Ed ecco perché il sapore del finale della serie è dolceamaro. Serena non è stata conquistata, perché la sua ciclotimia lo rende impossibile. Blair non è cambiata, perché la sua spocchia esce sempre vincitrice, anche dalle sue più cocenti sconfitte. E Dan, soprattutto Dan, non è più il paladino degli eroi e delle eroine di Brooklyn: non è più colui che ha difeso il proletariato, ma solo un proletario che ha tradito.