Non sono un grande fan di “X-Factor”, come i miei affezionati quindici lettori avranno capito. Da quando è finito su Sky, sono stato abbastanza felice di sentirne solo parlare. Ma Cielo ha dato la possibilità di seguire, lo scorso fine settimana, tutte le puntate fino alla semifinale: sono stati due giorni molto intensi, come immaginerete. Ma devo dire che ho visto e soprattutto sentito tutto.

O quasi. A un certo punto, infatti, m’è venuta una fortissima nostalgia di Loredana Errore e di Pasqualino Maione. E mi sono ritrovato a cantare “Ragazza occhi cielo” come antidoto alla mia tristezza incombente.

“X-Factor”, infatti, nel suo trascinarsi dalla rete generalista all’universo delle pay tv, ha continuato in una deriva che ha del tragico, se non fosse che le nuove generazioni lo seguono come una Bibbia. E la cosa si deduce anche dai tragici commenti da bimbomin*ia che ho purtroppo letto sotto i video su youtube (e che mi hanno, incredibile dictu, anche divertito, come, in effetti, possono divertire gli errori ortografici dei writer nei cessi delle stazioni).

C’è in questo programma una vena modernista che distrugge anche i pochi passabili talenti che attraverso i quattro giudici (quasi tutti simpatici come un dito nell’occhio) arrivano sul palco. In genere, se c’è da affossare qualcuno, è quello migliore, o almeno quello che canta meno peggio degli altri. Le stonature passano per capacità di improvvisazione o per scelta stilistica. L’importante è altro – la “musica che si vede”, la coreografia (soprattutto se è trash), lo strabuzzamento degli occhi e il roteare delle mani. Tutto tranne la voce, tutto tranne la musica.

Ciò si conferma ancora di più se si ascoltano gli inediti che sono stati presentati in semifinale, in mezzo alla fanfara dei quattro giudici, che si comportano, in genere, a parte Morgan, come imbonitori al mercato del pesce: come se la loro funzione fosse quella di vendere elisir di lunga vita, magnificano ed esaltano qualità miracolose che non esistono, illudono perfino con le loro magiche parole gli stessi concorrenti che ne escono ritratti come fossero meravigliose star internazionali, quando, invece, fuori da quell’arena probabilmente andranno a cantare in Kazakistan per arrivare a fine mese.

Ce n’è per tutti i gusti: uno dei finalisti, Madh, la cui cosa migliore è naturalmente il nome d’arte, si inerpica in assurdi giochi vocali dai quali esce, quasi mai, vincitore (e naturalmente il suo giudice, che mi dicono rapper con parole altrui, lo confronta col talento genuino di Marco Mengoni), finendo divorato in una canzone (“Sayonara to the world”), il cui titolo potrebbe essere anche, ironicamente, l’ultimo saluto alla propria carriera. Bellissimo sulla carta, atroce nella realizzazione, il pezzo è solo un gran caos di armonie buttate qui e là, tra le quali le parole, naturally in inglese, hanno tanto significato quanto i cavolini bolliti di Bruxelles a merenda.

Con Madh condivide almeno la piacevolezza del nome l’altro finalista, tal Lorenzo Fragola, del quale gira sul web un video nel quale fa commuovere, fino alle lacrime, sempre il suddetto rapper: il Fragola, faccia da primo della classe, il tipico bel tipo che farebbe crollare dalla fregola miliardi di fanciulle in fiore, è abituato a cantare i grandi successi in inglese, seppure conosca la lingua per sentito dire (mangiandosi tutte le finali, così da impedire giustamente che chiunque lo ascolti riesca a intuire anche solo vagamente di cosa stia parlando). Il suo inedito, “The reason why”, sembra una riedizione di quarantacinque altre canzoni degli ultimi dodici anni. Giusto per farvi capire, o cari gentilissimi utenti, di cosa stiamo parlando, aggiungo che verso principale nel ritornello è “sun is up in the sky” – “[il] sole è su nel cielo”, dichiarazione decisamente rilevante, anche perché, se il sole fosse caduto a terra, sarebbe un’immagine apocalittica, certo però un pochino più originale.

Ma la mania anglofila mica è arginata da qualcuno: sembra che tutti i cantanti italiani debbano per forza scrivere in inglese. Consiglierei prima perlomeno di prendersi un qualunque PET: lo dico anche a quelli di “X-Factor”, ché, tra l’altro, anche gli analfabeti che hanno sempre parlato in francese ci riescono. Tuttavia, un corso di lingua, ogni tanto, potrebbe favorirli quando in Inghilterra, scartati da qualunque hit parade, potranno andare a fare la spesa dopo il lavoro dietro al bancone del “MacDonald”. Protagonista in questo senso è anche la sedicenne Ilaria Rastrelli, che, pur dotata di una invidiabile voce, tuttavia non sempre dosata e non sempre precisa, ha scritto un inutile pezzo dal titolo “My name”, le cui parole sono tanto sdrucite che “God save the Queen” sembra originalissima. Già può bastare l’incipit, che definire inglese sembra eccessivo: “People tell me to teach with the song I write”, cioé “la gente mi dice di insegnare con la canzone che scrivo”. E peccato che “teach” lasciato così, senza alcun complemento, sembri pronunciato da un polacco che parla un dialetto dell’Herefordshire. E peccato che anche la bella immagine della mela che cade lontano dall’albero, per via del vento creato da Dio, finisca annacquata in tante mezze parole già orecchiate.

Non meglio è l’inedito in italiano di Mario Gavino Garrucciu, “All’orizzonte”. Il cantante sardo è giunto in finale cavalcando l’onda lunga della simpatia per un uomo di una certa età, dalla bella voce (anche se non troppo educata) e dal cuore semplice: lui, come dicono con terminologia tecnica degna di “Uomini e donne”, “arriva”, “trasmette”, “comunica”. E di certo ha poco del tipico cantante fighetto da “X-Factor”, incarnato dal pluritatuato Madh e dal teen idol Fragolone. Però “All’orizzonte” è, e userò un termine tecnico anche io, una tavanata pazzesca. Verso chiave: “il rosso sole brucerà”. Ecco, diciamo che le parole hanno questo livello, in generale. Ma, dico io, tra tutti i soloni che abitano le segrete case di “X-Factor”, non c’era uno, ma dico uno solo, che potesse dire a Mario: “Senti, caro, sei tanto simpatico, tanto ‘patatoso’, ma questo testo con tutte le parole tronche in rima fa letteralmente ca*are”? Perché, insomma, così non scrive nemmeno un bambino delle elementari.

Insomma, questo è il parco giocatori di quest’edizione 2014: starlette dall’indubbia avvenenza, magari anche particolarmente glamour, ma dal talento non altrettanto sicuro; gentildonne dal bel sorriso, ma forse troppo poco cresciute, anche vocalmente; e un simpatico pastore sardo, che qualche dote canora ha anche (non a caso metto prima il complemento oggetto), ma quanto al suo essere autore, beh, meglio calare un velo pietoso.

E in tutto ciò, naturalmente, l’unica cantante di valore, la scozzese Emma Morton, piacevole e talentuosa (anche se spesso in fotocopia rispetto a Noemi, ma non certo per colpa sua), è eliminata, perché Morgan doveva farla pagare al rapper de noantri.