Chiara, “Straordinario”: canzone molto retrò e già sentita, interpretata con voce troppo altalenante, molto imprecisa sui bassi e su alcuni attacchi. Il testo è talmente ovvio che si troverebbe maggiore originalità nella lista della spesa di Emma Marrone. Che,per inciso, è la valletta di Carlo Conti. Che, per inciso, è il presentatore e, ahinoi, il direttore artistico. Non è che poi i cantanti potessero essere Barbara Streisand e Mina. Ma nemmeno volevamo tanto. Bastava qualcuno che sapesse mettere due note, una dopo l’altra, senza stonare troppo. Voto: 4- COMMERCIALISTA MANCATA

Gianluca Grignani, “Sogni infranti”: bello e dannato, come sempre, tra il pubblico in sala apprezzato con applausi dagli uomini, è sempre intenso come in tante altre occasioni. Il ritornello è, tuttavia, incerto, soprattutto quando la voce si alza e l’intonazione non è quella dei migliori anni (e che, per inciso, non è mai stata la sua migliore dote). Però la canzone è un pezzaccio proprio come lui, bello e dannato, con belle invenzioni linguistiche (“I ragni fanno i nidi/ sulle tue rovine/ come su un ramo”). Voto: 7 JAMES DEAN DA PRATO

Alex Britti, “Un attimo importante”: una delle mie grandi passioni di quando ero giovane, un chitarrista d’eccezione, meno cantante (tante le imprecisioni anche stasera, con una canzone non difficilissima), incappa in un pezzo che tenta di svegliarsi, di crearsi un varco, di alzarsi verso una frase riuscita e definitiva, ma non trova mai uno sbocco musicale o anche solo narrativo vero e proprio. Non sono le sue, stavolta, parole particolarmente ispirate, non c’è un’invenzione, nemmeno nell’incipit, assurdamente insipido, con la serie di imperativi che sono già stati tanto ampiamente sfruttati fin da “Magari” e che ora fanno solo sorridere nella loro ingenuità. La bellezza di molte delle canzoni di Britti stava, un tempo, nel loro essere apertamente narrative: qui Alex fa il riflessivo e toppa alla grande. Fanno eccezione, in tanta ovvietà, questi quattro versi: “Le parole sono come le nuvole:/ quando ci soffia il tempo,/ si trasformano, diventano mille / e se le porta via il vento”. Troppo poco per un Sanremo che in teoria dovrebbe rilanciarlo. Voto: 5 TORNA ALLA VASCA

Malika Ayane, “Adesso e qui (nostalgico presente)”: considerata da sempre un’interprete raffinata (e lei ci ha costruito sopra una carriera, giocando con la sua bella voce e permettendosi di fare spesso e volentieri molte “paperinate”), stavolta punta all’essenziale con un pezzo nostalgico e molto riconoscibile, facile eppure sentito, con alcune felici intuizioni, il quale racconta una relazione difficile con molti tocchi di realismo metaforizzato (“silenzi per cena”, ad es., è contemporaneamente di una straordinaria semplicità e disarmante figuratività). L’unica pecca è nella ripetitività di una strofa lunghissima, tutta giocata sugli infiniti in modo forse ossessivo. E’ però la prima a non far brutte figure col canto. Voto: 7+ CLASSE E WALT DISNEY

Dear Jack, “Il mondo esplode tranne noi”: la cosa buona è che maestro d’orchestra è Pino Perris. Per il resto, siccome non sono una ormonosa e non amo i giochi fetish con i piedi, preferirei non commentare questo pezzo la cui bellezza è nascosta talmente bene che non la si trova. Non vorrei nemmeno menzionare la strofa, davvero gigantesca: “Niente è per sempre,/ il mondo esplode”. Peccato che l’Apocalisse non abbia colto i DJ prima che finissero su questo palco. Che un gruppo talmente di scarso talento come questo possa calcare la stessa scena calcata a suo tempo da Dionne Warwick o da Louis Armostrong è segno dei mediocri tempi in cui ci capita di vivere. Voto: 2 QUANDO SI CANTA COI PIEDI

Lara Fabian, “Voce”: avevo a suo tempo espresso, sul sito del festival, la mia perplessità sul fatto che la Fabian cantasse al festival. Sarà anche per metà italiana, ma non sa cantare assolutamente in italiano. E questo è un fatto assolutamente oggettivo. Mal, che qualche tempo fa fu scartato perché troppo inglese, l’ha imparato meglio. Questo succede quando, assurdamente, non si rispetta la realtà dei fatti e si impone invece la propria interpretazione. E’ un peccato, perché la Fabian è una cantante di valore assoluto, ma nella sua lingua madre e non in italiano. Il testo, non particolarmente originale ma sincero, perlomeno, non può essere apprezzato quando non se ne capisce nemmeno mezza riga. Voto. 3 NATURALIZZAMI ANCHE CRISTIANO RONALDO

Nek, “Fatti avanti amore”: dance elettronica, ma tradizionale l’impianto dell’invito all’amata a “farsi avanti”. Parole semplici, ma ben armoniose, scolpite nel marmo, quasi ineludibili. E poi l’interpretazione cristallina di una voce maturata nel tempo e senza imprecisioni. Nek sarà diventato brizzolato, forse la barbetta s’è imbiancata, ma la voce è ancora quella di vent’anni fa, quando cominciò cantando di aborto e di una Laura che non c’era e che forse nel frattempo sarà anche tornata. Complimenti alla mamma, comunque: era un bell’uomo al tempo, lo è ancora. Voto: 8 IL BRIZZO CHE INNAMORA

Grazia di Michele – Mauro Coruzzi, “Io sono una finestra”: un bel tentativo, non riuscitissimo, di raccontare la crudeltà di un’esistenza a metà, tra donna e uomo; un’autobiografia difficile, ma tutta costruita su un lessico ricercatissimo (“crisalide”, “corriva”), quasi aulico, difficile da capire e quindi incomprensibile al grande pubblico. Forse andava aiutata con una melodia avvincente e meno orecchiata, come questa, e forse da due voci che fossero all’altezza del messaggio. Né Coruzzi né la Di Michele appaiono in grado di interpretare al meglio un pezzo difficile, tutto introverso, il cui messaggio sarebbe invece potuto arrivare meglio con mezzi vocali, almeno quelli, evidenti e comunicativi. Voto: 6 SEMPRE MEGLIO LI’ CHE AD “AMICI”

Annalisa, “Una finestra tra le stelle”: la solita interpretazione piatta, la solita canzone dei Modà, tutte fotocopiate l’una con l’altra. Nessuna sorpresa, nessuno scarto, tante ovvietà in un testo dimenticabilissimo, tra le cui righe spicca l’imperdibile “baciarti e poi scoprire/ che l’ossigeno mi arriva dritto al cuore”, dove il tocco da dottor House è davvero ridicolo, pur avendo l’aria di voler essere serissimo. Voto: 5 E TUTTO IL MODA’ E’ NOIA

Nesli, “Buona fortuna amore”: lasciato il linguaggio rap, Nesli si muove in un più semplice pop, ma senza essere particolarmente preciso. Il testo è tagliente, ma non c’è scarto rispetto a tante altre cose che ha scritto o che altri hanno scritto. Come la mitica rima: “amore”/ “dolore”, che forse si sarebbe potuto anche evitare, non chiamandosi Lucio. Voto: 6 SARA’ CONTENTO FABRI FIBRA