Seguo da quando ero piccolo il festival. Ogni tanto, capita che un’edizione sia all’altezza del glorioso passato della manifestazione. Quest’anno, musicalmente parlando, lo spettacolo è stato, ahimé, assai mediocre, come ho cercato di spiegare negli ultimi tre post. Il risultato è che ha vinto un trio senza nessuna profondità interpretativa, con una canzone decisamente odiosa, che sarebbe stata distrutta mediaticamente, se non fosse che loro sono tre ragazzini elevati al successo tramite una trasmissione Rai.

La celebrazione del Volo è cominciata ancora prima che iniziasse Sanremo. I loro successi sono stati magnificati, per quanto localizzati in America Latina e in Nuova Zelanda, come mai prima d’ora per mille altri cantanti che all’estero fanno sfracelli e non solo tra gli emigrati. Una intera trasmissione è stata inserita nel palinsesto di Rai2 poco prima di Natale, a dimostrare, agli Italiani che nemmeno li conoscevano, che si trattava di una delle eccellenze nazionali all’estero (vedesi Samantha Cristoforetti).

E, intendiamoci, bravi sono bravi, ma non più di mille altri tenori, meno pompati, appena usciti dal conservatorio.

Ma in questo Sanremo di piccolo cabotaggio tutto vale. Vale riesumare cantautori del più recente passato, solo perché sono toscani, o amici di toscani, o comunque vagamente amici del conduttore, o amici degli amici. Vale inventarsi Bianca Atzei come big, quando qualche anno fa, capitato lo stesso destino a Marco Carta e a Valerio Scanu, sembrò che si fosse perpetrato chissà quale delitto (eppure, avevano già venduto e alla grande, prima e dopo la partecipazione ad “Amici”).

Vale mettere tra i big Platinette, tanto è big davvero, ma big come opinionista più che come cantante. Vale infilarci anche la Di Michele, che però ormai non riuscirebbe a cantare nemmeno sul pianerottolo del suo appartamento romano – e a Sanremo ha collezionato, musicalmente parlando, figuracce internazionali.

Vale infilarci cantanti che saranno anche autori, ma non sono interpreti e quindi fanno fatica a prendere la nota, a inventarsi una strofa in apnea, ad arrivare alla fine di una frase immaginata troppo lunga e non adatta ai propri mezzi canori (tra cui, è giusto dirlo per onestà, anche quasi tutti i cosiddetti super-ospiti, tra cui la svociata Nannini, in apnea dopo tre minuti di canzone, il falloso Ferro e il sempre indecente Antonacci, che a Sanremo ha già fatto tante di quelle figuracce che in un’occasione perfino la Parietti se n’era accorta). Vale, così, far fare brutte figure a professionisti anche seri, ma inadatti alla manifestazione.

Vale infarcire lo spettacolo di tre o quattro starlette degli ultimi talent, manco fossero il prezzemolo nella bagna cauda. Anche perché non è che i talent siano il nemico da distruggere, o dai talent esca solo gentaglia senz’arte né parte, a prescindere, per il semplice fatto ontologico che sono talent. Certo, se il talent si chiama X-Factor, dove chi si intende di musica sono due su settecento giudici e gli altri sono scelti perché sono fighi, o ribelli, o fighi e ribelli insieme, difficile che esca qualcuno di valido. Marco Mengoni è, in effetti, una vera eccezione, così come Noemi, tanto per citare i più famosi. Ma altri, decisamente validi, furono fatti fuori, perché doveva vincere qualcun altro. E non sarò nemmeno così smemorato da non ricordarmi che la Maionchi faceva entrare nella sua squadra solo chi già era sotto contratto con la sua casa discografica.

E vogliamo parlare di The Voice che ha avuto la semplice fortuna di trovare un talento eccezionale come quello di Suor Cristina, visto che gli altri che ha fatto andare avanti erano al massimo dei simpatici coristi? E vogliamo ricordare che come la Maionchi si comportava anche qualcun altro giudice della prima edizione, facendo entrare solo coloro con cui aveva già lavorato?

Il simpatico Fragolone, l’Annalisa di ghiaccio cairese, la Chiara TIMorata, gli stonatissimi DJ sono quel che di peggio è venuto fuori da trasmissioni senza anima, costruttrici di prodotti che non dureranno, o, se dureranno, lo faranno a prezzo di compromessi. Di un Amici che non è più scuola da quando è uscito Jurman, sostituito dal produttore pelato. Di un X-Factor che non ha mai seguito nessuno, dove non si canta mai con l’orchestra, ma sempre su una base come al karaoke, dove i commenti non sono mai critiche costruttive, dove non si parla mai di intonazione, ma di fesserie come muoversi sul palco, occhieggiare alle telecamere e ondeggiare in mezzo a trecento ballerini.

E va bene che è musica leggera. Ma, quando la si fa con serietà, non è più così leggera – è un lavoro. E’, anzi, arte. E, diciamocelo chiaramente, stavolta sul palco dell’Ariston abbiamo visto poca arte e, al suo posto, molta pubblicità.