“Se stai dicendo che io ho una strategia, non è vero. Io sono semplicemente me stesso. Forse sono la persona meno adatta a fare un’esperienza del genere”.

Chi conosce Valerio, sa che questo è così profondamente Scanu-pensiero che sarebbe difficile trovare un’epigrafe diversa per immortalarlo. Ed è in questa dichiarazione che si trovano le motivazioni stringenti per tante pagine scritte (talora poco intelligentemente) e tante parole spese (spesso e volentieri senza reale comprensione) sul fenomeno dello scanismo. C’è chi l’ha inseguito per anni senza capirlo davvero. C’è chi ha smesso e non se ne darà mai pace.

Valerio è irrimediabilmente Valerio. Non che questo sia un merito, intendiamoci. Il talento non è mica un merito – o l’hai dentro di te o non l’hai. Semmai è un dono di Dio, per chi, come me, ci crede.

Invece, è da ammirare chi lo utilizza correttamente, mettendolo a profitto – non commercialmente, intendiamoci, ma per realizzarlo completamente. Valerio poteva essere il classico cantante di talent: far uscire un disco ogni due-tre anni, farsi seguire da orde di ragazzine ormonose, fare le cose semplici, come tanti hanno fatto (o hanno provato a fare).

E invece Mr Scanu ha seguito una strada sua, “diversa”, o per meglio dire così diversa. Non è facile essere sempre se stessi in un mondo che tenta sempre di uniformarti agli altri, di farti corrispondere ad un modello che è imposto mediaticamente, sempre e continuamente, perché altrimenti non si resta a galla, si è impallinati come i piccioni del  tiro al bersaglio del luna park.

E ha fatto le sue battaglie in nome della propria coerenza, della sua differente coerenza. Non potrei immaginare nessun altro, nemmeno di quelli che la gente venera come “veri”, più vero, più davvero vero di lui. Valerio non ha mai temuto di essere impopolare (chi si dimentica i suoi tweet al veleno), di scontrarsi contro le ingiustizie (l’unico che si attirò le ire di miriadi di giornalisti per aver detto la sua su “Amici Big”), di dire pane al pane e vino al vino (facendosi nemici dovunque, soprattutto tra i suoi ex-amici o tra i suoi ex-fan).

E chi conosce bene Valerio sa che non c’è niente in lui di costruito, di artefatto, semmai se c’è qualcosa che gli si deve riconoscere è la verità della sua arte, che per lui è tanto piena da essere la sua vita, come in una metafora che è diventata nel tempo poco figura e più verità, per quanto iperbolica.

Ecco perché c’è chi può arrivare a considerarlo (assurdamente) un manipolatore. Non è facile comprendere fino in fondo un uomo così sui generis. Se si interpreta Valerio secondo i normali parametri dell’umanità, non se ne capisce un’acca. Bisogna viverlo, o meglio vivere la sua voce, la sua arte. Allora sì, una volta entrati, o lasciati entrare, sotto quella scorza, si vedrà e si capirà che egli non è un uomo qualunque, e che, se qualche volta sembra una scheggia impazzita, è perché è uguale solo a se stesso e basta.

Valerio è così, difetti e pregi insieme, e si può essere sicuri che non farà mai niente per rendersi simpatico a chicchessia.

E forse io lo capisco così bene perché anch’io sono, o sono diventato, così, anche se a lui riconosco d’essere molto più arguto.