In rare occasioni i ricordi si mescolano al presente e poi, con un colpo d’ali, rivivono. Stasera, o ieri sera (ormai la mezzanotte è passata), è successo grazie alla magia della madeleine speziata della voce di Valerio Scanu.

Il cantante ritornava sul palco di “Tale e quale” per le finali di quest’anno e capitava l’incantesimo (e come altro potrei definirlo?): sembrava per un attimo che fosse tornato Mango a cantare per noi una delle sue più potenti canzoni, “Oro”.

Con quel nitore vocale che lo contraddistingue, Valerio ha omaggiato un grande maestro troppo presto strappatoci, uno di quei cantautori che troppo poco spesso sono stati apprezzati in vita e che invece avevano non solo il dono di scrivere divinamente, ma anche di interpretare con rara vocalità le canzoni proprie e altrui.

Non m’interessa (e non ho nemmeno guardato i risultati appositamente) la classifica né il gradimento di una giuria, che l’anno scorso ha scippato abbondantemente della vittoria finale (o di molte vittorie nel percorso) il talentuoso cantante sardo. M’interessa, ora e per sempre, ribadire che quest’esibizione è talmente rara e intensa che forse non dovrebbe neppure essere considerata in gara.

Quando c’è di mezzo quel funambolo della voce che è Valerio, bisognerebbe solo alzare le mani verso il Cielo e omaggiare il suo talento.

E tutto il resto è noia.