“Finalmente piove” è la storia sofferta di un amore che se ne va, lasciando una traccia positiva, la pioggia che tutto risana col suo sacro lavacro. L’allontanamento tra i due membri della coppia, uno dei quali non ha mai capito l’altro, diventa occasione per una riflessione che coglie i fondamenti dell’amore tout court, una lunga parentesi con cui si apre la canzone con l’insistita anafora di “qualcuno”. E’ appena insinuato il dubbio che a qualche categoria appartenga anche l’amante che si allontana, come quando si dice che “qualcuno non ha mai provato amore nel suo vivere”.

L’idea centrale è che amare sia una sorta di scommessa che deve, per forza, lasciare un segno, anche se doloroso: per cui uscirne prima, con fretta, senza voler davvero insistere a cercare un modo per rimediare, è un’operazione da vigliacchi (“qualcuno ha perso la partita, ma non ha subito i fischi”, l’immagine incredibilmente potente con la quale si sostiene precisamente che amare è mettersi in gioco, per cui ci può essere chi non ha nemmeno partecipato – per cui ha “perso” la partita – oppure chi è stato sconfitto, ma ciononostante nessuno l’ha maltrattato per averlo fatto, perché almeno ci ha tentato).

E allora, sembra suggerire la struttura della canzone, è un bene ritornare “per metterci la faccia”, affrontare il problema e magari anche rimetterci, ma certamente è meglio fare così che dileguarsi e fuggire, come se lasciare la questione aperta possa contribuire alla nostra tranquillità.

“Finalmente piove” è, quindi, una canzone per coraggiosi, per uomini di ragione, non solo d’istinto: per chi riesce a moderare la voce, razionalizzando i comportamenti, moderando la voglia di urlare. Ecco perché il pezzo inizia quasi sussurrato, quasi in punta di piedi, come se si ragionasse in terza persona e da soli, visto che la controparte non partecipa al processo.

Quando, però, la canzone da monologo diventa dialogo (magari in absentia, visto che la voce narrante ha l’ambizione di far capire le proprie parole, anche “senza dirtele in faccia”), con un difficile crescendo che parte dal pianissimo iniziale per finire al fortissimo del ritornello, non si riesce più a fare di necessità virtù, non si riesce più a smettere di urlare il proprio disappunto: “No, tu non hai, tu non hai, tu non hai capito”. E ancora l’iterazione della negazione assomiglia al tentativo di insistere sul messaggio, che, forse, nemmeno sarà colto da chi lo dovrebbe ricevere.

E di fronte alla consapevolezza che “tu non mi hai capito mai” (dove l’inserimento della particella pronominale non è senza senso, ma anzi sottolinea che si sta parlando del rapporto tra l’io e un tu che non sembra comprendere), la canzone si rasserena, come anche la voce di Valerio: la pioggia che arriva “finalmente” è liberatoria, il suo rumore diventa un suono quasi piacevole, rispetto alla ripetizione di una storia che gira intorno a se stessa, che è come un serpente che si morde la coda, facendosi male e facendo male agli altri.

Allora, finalmente ci si riesce ad esprimere, a dire “in faccia” quelle parole che sono evidenti negli occhi (e quanto espressivi siano stati stasera gli occhi di Valerio, sarà stato patente anche ai più ciechi d’animo), si riesce a descrivere, per filo e per segno (sarà un riferimento sotterraneo a quel qualcuno che, nell’incipit, aveva sperimentato l’amore, ma non era -ancora- in grado di descriverlo?), ciò che è stato, soprattutto gli “attimi più ingenui di una storia che sta per finire”.

La pioggia, dunque, è il simbolo della liberazione dei propri sentimenti, della capacità, finalmente, di raccontare dall’esterno una storia d’amore difficile e morente, di vederla e descriverla come se si raccontasse un film, o una canzone “che se ne va”.