Grazia Di Michele, ormai, s’è resa tanto ridicola che forse eclissarsi e evitare di farsi vedere in giro sarebbero due intelligenti idee. Naturale che, invece, lei decida addirittura di tornare a scrivere (a parte ammorbare con la sua funesta presenza i provini di “Amici”). Pare che debba uscire un suo lp a ottobre (ma, dico io alla casa discografica, ripensarci no?). Mi raccomando: se doveste averne una copia per le mani, usatela nel modo più consono. Ad es. sotto un tavolo con una gamba più corta, oppure come fermacarte, o meglio ancora: distruggetelo.

La canzone che per ora è stata pubblicata si intitola, provocatoriamente “Il mare nella stanza”. Già basterebbe il titolo per chiedere di incriminare la cantante e mandarla a San Vittore. Il povero Gino Paoli come l’avrà presa? Speriamo che nessuno gliel’abbia detto.

La povera Grazia, ospite un po’ dovunque per pubblicizzare il suo capolavoro (che, guarda caso, non è entrato in classifica…), ha difeso il suo lavoro: è una canzone ironica, dice lei. Ma tra ironica e buffona c’è una certa differenza (Valerio docet).

La storia, che la signora ha definito autobiografica, è quella di una coppia “sbagliata” che si crea un nido d’amore tutto fatto di illusioni: né lui né lei fanno una bella figura, visto che sono due imbranati, incapaci perfino di sostituire una lampadina bruciata. La Graziella non fa altro che insistere sull’anafora di “facciamo che”, che indica in sostanza il gioco che fanno i bambini quando si assegnano una parte nelle loro fantasie.

Soltanto che alla fine l’escamotage narrativo, che da solo è tutta l’invenzione di questi due minuti insopportabili, limita moltissimo la strofa e ammorba perfino il ritornello, rendendolo davvero indigesto, con la sua retorica a buon prezzo (“facciamo che siamo/ quello che siamo… e che ci regaliamo/ la parte migliore di noi”). La canzone è davvero di una debolezza melodica imbarazzante; quanto al testo, un tempo un critico musicale ebbe a dire che le canzoni della Di Michele si possono ascoltare depilandosi le ascelle.

Forse quelle dell’attuale Di Michele, un po’ a corto di fantasia, possono anche non essere ascoltate tout court.

D’altra parte, qualcuno potrebbe ringraziarla per questa perla di saggezza musicale. Nel confronto, perfino l’anatra zoppa di Mario Ronf Nunziante sembra quasi quasi uno che canta al karaoke, e non il fastidioso rumore di una saracinesca che si apre e chiude.

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