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C’era una volta una cantante di successo. Bravina, senza strafare, indovinava una melodia dopo l’altra: una vocina sottile, che sfruttava un falsetto tanto insistito che talora poteva anche spezzarlesi la voce (successe anche alla sua amica Rossana Casale ad un Sanremo, dove cantava “Terra”), infilò qualche bel successo, per due-tre estati di seguito. Poi, quasi il nulla, fino ad un terzo posto sanremasco, in coabitazione proprio con la Casale (la canzone era “Gli amori diversi”).

Incredibilmente, quel piazzamento non le portò nulla dal punto di vista del successo e sembrava quasi l’addio a tutta una piccola, modesta, ma sicura carriera di cantautrice (un mestiere non facile in Italia, a meno di non chiamarsi Giorgia o Laura Pausini), autrice di testi belli, curati, ma non straordinari (erano sempre più indovinate le melodie, come quella dell’immortale “Ragazze di Gauguin”, che solo in parte è equiparabile alla successiva “Sha là là”, seppure sempre nell’alveo dello stesso stile).

Poi, quando sembrava calato il silenzio su colei che aveva avuto l’onore di cantare “Io e mio padre” con Nicolette Larson e soprattutto “Se io fossi un uomo” con Randy Crawford, improvvisamente la De Filippi la chiama a “Amici”.

Ricordo il momento: noi fan (saremo due o tre, in tutt’Italia) fummo contenti. Per me, era come rivedere uno dei miei idoli a distanza di tempo. C’era la curiosità di sapere dove e come sarebbe arrivata in quel nuovo ruolo.

Ma la curiosità durò poco. Prima venne sostituita da una certa incredulità, poi dal disappunto, infine dalla disaffezione e ultimamente anche da un certo fastidio. E a me, che sono stato tra i pochi al tempo a difendere la Di Michele, quando perfino ad “Avanzi” le facevano il verso, indicando in lei una delle tante raccomandate craxiane, questa trasformazione “senile” è talmente odiosa che non posso fare a meno di scriverne.

Come insegnante alla scuola di “Amici” la Di Michele presenta i peggiori difetti di un qualsiasi insegnante: è scorbutica, scende sovente fino all’insulto, crea rapporti con i suoi discepoli al limite dell’insopportabilità, costringe i suoi migliori alunni a chiedere di avere un’altra guida, giudica con asprezza e senza cercare davvero di correggere, non si spende abbastanza per chi è indietro, ma semplicemente castiga e redarguisce, molto spesso sulla base delle sue convenienze e delle sue simpatie.

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L’anno scorso, di questo insopportabile, antipatico atteggiamento fece le spese un bravo cantante, dalla voce solida e fortissima, Max Orsi, che, complice il suo livoroso rivale, fu soprannominato “Meeeex”: la Di Michele, non sapendo come difendere il suo protégé, dal talento più discutibile, affermò che Max avrebbe potuto cantare nella sagra della porchetta. Le conseguenze furono terribili per il poverino, reo di essere semplicemente più bravo dell’altro e meno simpatico alla ex-cantante.

Quest’anno, la Di Michele, invece, noncurante di avere una delle peggiori classi di canto degli ultimi tredici secoli, prende di mira l’unico cantante di talento che ha, il sardo Marco Carta, sottoponendolo alle prove più dure, umiliandolo come nessun docente serio farebbe mai, con crudeltà e supponenza, ma soprattutto con uno spirito assolutamente prevenuto.

Il Carta non sarà ancora un cantante completissimo, ma ha tanta, tantissima stoffa. Si vede che è in grado di fare molta strada. E, se c’è un errore che un insegnante non deve fare, è quello di bloccare il talento, di isolarlo, di non farlo sfruttare. Grazie al cielo, ad “Amici” non c’è solo la Di Michele.

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